Anche il pm deve apparire indipendente: Stefano Dambruoso lo sarà?
La nomina di Stefano Dambruoso a procuratore aggiunto di Bologna solleva una questione che non può essere liquidata come un problema di natura formale: l’indipendenza del pubblico ministero non deve soltanto esistere, deve anche essere percepita all’esterno.
Il Csm ha approvato la sua nomina con 15 voti favorevoli, 11 contrari e 3 astensioni, nonostante nel dibattito consiliare fosse emersa la questione della precedente esperienza politica di Dambruoso e della sua partecipazione nel 2024 ad un incontro pubblico con Elena Ugolini, candidata alla presidenza della Regione Emilia-Romagna sostenuta dal centrodestra. Ovviamente è fuori discussione il profilo del merito ed il possesso da parte di Dambruoso dei requisiti di idoneità necessari a svolgere la funzione requirente. Tuttavia, non può passare in secondo piano la circostanza che egli sia stato deputato e che, negli anni successivi, il suo nome sia stato nuovamente accostato a possibili candidature nell’area del centrodestra.
Non è una questione di simpatie o antipatie politiche (il ragionamento non sarebbe cambiato se, come accaduto in passato, si fosse trattato di un magistrato con militanza di “sinistra”), ma di rispetto di un principio sancito, tra gli altri, dalla CEDU, dal Codice Etico della Magistratura e dalla Corte Costituzionale. È certamente legittimo sostenere che una partecipazione a un incontro pubblico non costituisca, di per sé, attività politica o propaganda elettorale. Ma questa è soltanto una parte del problema. La magistratura non vive soltanto di incompatibilità giuridiche. Vive anche di credibilità, che viene fortemente messa in discussione dai rapporti opachi che talora esistono con la politica.
Un procuratore aggiunto occupa una posizione particolarmente delicata all’interno di una Procura. Partecipa alla gestione dell’ufficio, al coordinamento dell’attività giudiziaria e, nell’ambito delle proprie competenze, assume decisioni che possono incidere sull’orientamento e sulle priorità delle indagini.
Il pubblico ministero svolge un ruolo determinante nell’impostazione dell’attività investigativa, nella valutazione degli elementi raccolti e nelle richieste rivolte al giudice, comprese quelle relative alle misure cautelari. La decisione finale sulla misura cautelare spetta naturalmente al giudice, ma l’iniziativa e la prospettazione accusatoria della Procura possono avere un peso rilevante nello sviluppo e nell’esito del procedimento.
E allora la domanda non dovrebbe essere soltanto: Dambruoso sarà imparziale? La domanda, ancora più importante, è: un cittadino, magari di orientamento politico differente, coinvolto in un procedimento, potrà avere la stessa percezione di assoluta terzietà di fronte a un magistrato che ha avuto una significativa esperienza politica ed una recente esposizione pubblica accanto a una candidata del centrodestra? Non si tratta di sostenere che Dambruoso sia condizionato dalla politica. Un’affermazione del genere richiederebbe prove. Il punto è invece quello dell’apparenza di indipendenza, principio essenziale per qualsiasi istituzione chiamata ad amministrare la giustizia.
Un magistrato può essere personalmente convinto della propria imparzialità e, allo stesso tempo, trovarsi in una situazione che agli occhi dell’opinione pubblica appare politicamente connotata. Proprio per questo, nelle nomine agli incarichi più delicati, il CSM dovrebbe applicare un criterio di prudenza particolarmente rigoroso.
La questione assume ancora maggiore rilievo perché tra i candidati vi era anche la pm Beatrice Ronchi, che era in possesso dei requisiti per ottenere la nomina. Questo significa che la scelta di Dambruoso non era obbligata.
Il problema, dunque, non è stabilire se Dambruoso abbia il diritto di avere idee politiche. Naturalmente lo ha. Né si può trasformare una precedente esperienza parlamentare in una presunzione di parzialità. Il problema è capire quale livello di esposizione politica sia compatibile con un incarico requirente di vertice e, soprattutto, quanto debba essere rigoroso il Csm nel tutelare la credibilità dell’istituzione.
Perché quando un magistrato ricopre un ruolo dal quale può incidere sulla direzione delle indagini, sulle priorità investigative e sulle richieste cautelari, non basta poter affermare che non esiste alcuna prova di condizionamento politico.
La giustizia deve evitare anche il sospetto che quel condizionamento possa esistere, perché l’indipendenza della magistratura non è soltanto una garanzia prevista dalle norme: è una fiducia pubblica, che va difesa prima ancora che venga messa in discussione.