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“Basta alienazione parentale nei tribunali”. Gli psicologi scrivono a Nodio ed è un passo importante

È dal 2013 che scrivo sulla vittimizzazione istituzionale delle donne nei processi, la posizione assunta dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi era attesa da anni
“Basta alienazione parentale nei tribunali”. Gli psicologi scrivono a Nodio ed è un passo importante
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Dopo anni di denunce da parte di attiviste dei centri antiviolenza, avvocate, deputate, il Comitato Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (CNOP) ha assunto finalmente una posizione netta contro l’utilizzo del costrutto dell’alienazione parentale nei procedimenti giudiziari che riguardano i minori.

In una lettera aperta indirizzata al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, datata 6 ottobre 2026, e firmata da Maria Antonietta Gulino, presidente del CNOP e da Francesca Schir, coordinatrice CPO e Segretaria nazionale, il Comitato chiede che si ponga fine “agli interventi di riunificazione coatta e di escludere questo costrutto dalle consulenze tecniche d’ufficio e dalla formazione professionale; di rafforzare le garanzie relative all’ascolto dei minori e alla trasparenza delle valutazioni peritali e che si metta fine agli interventi di riunificazione coatta disposti in sede giudiziaria”. Chiede inoltre che “i colloqui del consulente tecnico con i minori siano sempre videoregistrati e depositati agli atti, con la stessa garanzia già prevista per l’ascolto del giudice” e che “la paura verso un genitore violento non venga trattata come un sintomo da correggere o riparare”. Si impegna infine “perché la formazione degli psicologi escluda la PAS e ogni costrutto che vi si richiami, e perché nessuna consulenza tecnica o perizia lo sostenga”.

È un passo importante e coraggioso che arriva dopo anni di denunce da parte di donne che hanno subito la accusa di essere alienanti e sono state eliminate dalla vita dei figli. Nel gergo dei consulenti che aderiscono alla PAS, questo tipo di intervento viene spesso definito “madrectomia” riferendosi ad una eradicazione della madre, come fosse un organo malato, e con la quale i bambini non devono avere alcun tipo di contatto per anni. Non solo le vittime, ma professioniste, ricercatrici, il Grevio, il Parlamento europeo hanno documentato i rischi di un approccio che trasforma il rifiuto di un genitore in una sorta di sintomo patologico, senza indagarne adeguatamente le ragioni.

È dal 2013 che scrivo periodicamente sulla vittimizzazione istituzionale delle donne nei tribunali, la posizione assunta dal CNOP era attesa da anni, da chiunque avesse a cuore la tutela dei bambini vittime di violenze e avvicinati forzosamente a padri che rifiutavano. Shazia Choudhry, una ricercatrice della Oxford University, ne “La riposta della giustizia familiare agli abusi domestici” condotta in sei Paesi europei, ha rivelato come “ gli autori di violenze riescono a spostare l’attenzione dei giudici dalla valutazione delle accuse di violenza domestica alla considerazione di concetti pseudo-scientifici quali l’’alienazione genitoriale”. Eppoi ci sono le tre ricerche condotte da Womes’ Aid che hanno messo in evidenza il nesso tra la teoria della alienazione genitoriale e l’assassinio di 67 bambini in 30 anni, avvicinati a genitori accusati di violenze.

La riforma Cartabia avrebbe dovuto introdurre maggiore tutela per le donne che denunciano violenze o di bambini vittime di violenza assistita o diretta. Così non è stato.

Eppure, l’OMS – Organizzazione mondiale della sanità non ha mai incluso l’alienazione parentale come diagnosi nell’ICD-11, la classificazione internazionale delle malattie e ha chiarito che il termine viene utilizzato prevalentemente in ambito giuridico e non costituisce una patologia. Anche il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5 e DSM-5-TR) dell’American Psychiatric Association non riconosce la sindrome da alienazione parentale come patologia.

Il problema è particolarmente grave quando una denuncia di violenza domestica, anziché determinare un esame accurato dei fatti, porta all’interpretazione del rifiuto come manipolazione. La madre che denuncia rischia di essere descritta come vendicativa, ostile o incapace di favorire la relazione con l’altro genitore. Le Ctu arrivano al punto di stigmatizzare i sentimenti che donne vittime di violenza nutrono nei confronti di ex violenti, auspicando che divengano benevolenti e ben predisposte verso uomini che le hanno maltrattate. Si produce così un rovesciamento di ruoli tra autori di violenze e vittime: l’attenzione si sposta dalla violenza denunciata ai sentimenti della donna mentre la testimonianza del minore viene svalutata o ricondotta a un’influenza esterna.

Negli anni, il lavoro delle giornaliste e delle attiviste ha contribuito a portare all’attenzione pubblica le conseguenze di queste prassi. Tra le inchieste più interessanti c’è il podcast Per il tuo bene. La storia dei quattro fratelli di Cuneo, realizzato da Livia Zancaner per Radio 24 e Il Sole 24 Ore, che ricostruisce la vicenda di quattro fratelli allontanati dalla famiglia d’origine e le decisioni che hanno inciso sulle loro vite.

Nel 2022, insieme ad altre giornaliste e attiviste, abbiamo pubblicato Senza madre. Storie di figli sottratti dallo Stato, un libro inchiesta che raccoglie storie, documenti e riflessioni sulla vittimizzazione istituzionale delle donne che denunciano violenze e ricorda i bambini assassinati da padri violenti perché le istituzioni si erano preoccupate di tutelare la bigenitorialità senza valutarne i rischi: Federico Barakat, Gloria Danho, Davide e Andrea Iacovone, Daniele Paitoni. Casi analoghi sono accaduti in Spagna, Francia e altri Paesi. Abbiamo posto l’attenzione sui percorsi giudiziari che possono condurre all’allontanamento dei figli cercando di mettere in luce un problema che non può essere liquidato come una successione di casi isolati.

È prevedibile che la presa di posizione del Comitato Pari Opportunità del CNOP susciti reazioni stizzite e scomposte da parte di chi continua a utilizzare il costrutto nelle consulenze tecniche d’ufficio e di parte. Tra questi, Giovanni Lopez e Giovanni Battista Camerini. A loro si riferisce in una nota, il Protocollo di Napoli: “La loro critica alla posizione del CNOP si traduce nel paradossale esito di mettere sé stessi, come professionisti della sanità, fuori gioco: se infatti l’alienazione parentale, come affermato dagli stessi sostenitori, non costituisce una categoria nosografica o un disturbo di interesse sanitario, ma riguarda l’ambito giuridico, su quali basi psicologi, neuropsichiatri e medici intervengono per valutarla e proporre trattamenti di recupero psicologico o psicoeducativo del minore? Come si giustificano interventi che possono incidere sulla salute dei bambini, rischiando di provocare traumi anziché tutelarne il benessere e la serenità, se la questione viene definita non di interesse sanitario?”.

Si spera che sia giunto il momento di superare prassi che hanno esposto bambini a sofferenze e traumi nei luoghi dove avrebbero dovuto trovare protezione e ascolto.

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