Propaganda russa, la lente del Copasir e il focus sui social di Vannacci. L’esperto: “I falsi profili criticano il generale su X”
La disinformazione russa sui social network allarma le agenzie di sicurezza italiana, con gli account di Vannacci sotto osservazione. Tanto da giungere sul tavolo del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), l’organo di vigilanza sui servizi segreti. Il fascicolo sarà esaminato “nei prossimi giorni”, scrive Repubblica. Non tutto è chiaro: la Commissione poserà la lente sui presunti finanziamenti del Cremlino a profili social italiani? Oppure indagherà sul nesso tra il crollo dei bot russi e la propaganda di Putin? Il dossier coinvolge entrambi i temi? In attesa di maggiori dettagli, un fatto è certo. Dopo i raid ucraini sui data center del colosso digitale russo Yandex, Zelensky ha rilanciato una tesi senza prove, smentita dagli esperti, ma già virale sulla piattaforma X: con i bot di Mosca kappao, crollano sui social network i sostenitori di Donald Trump, dell’AfD in Germania e dei cosiddetti putiniani d’Occidente. Costoro – è la logica conclusione – sono le quinte colonne della narrazione di Mosca, qualcuno a sua insaputa mentre altri (forse) consapevolmente.
Intelligence sulla pista dei finanziamenti di Mosca. Quattrociocchi: “Difficilissimo distinguere falsi account”
L’intelligence italiana indaga sui finanziamenti ad almeno quattro influencer, riferisce Repubblica. L’ipotesi di accusa? “Avrebbero creato contenuti per conto di soggetti russi” alimentando campagne No Vax, contro l’Ucraina e gli immigrati. Criptovalute e pubblicità online, le possibili vie del denaro. Anche i profili social dei politici destano attenzione, suggerisce la testata diretta da Stefano Cappellini. Ad esempio gli account di Roberto Vannacci: Repubblica cita due report della società israeliana Cyabra, specializzata in social intelligence, commissionati dall’agenzia di comunicazione Arcadia. Ma due esperti, ascoltati da ilfattoquotidiano.it., pongono dubbi sulla metodologia dell’azienda di Tel Aviv. “Non pienamente trasparente o replicabile e solo parzialmente descritta”, dice Walter Quattrociocchi, docente di Data science ed esperto di disinformazione sui social network. Un’altra fonte qualificata indica una certa opacità, sulle metodologia di verifica dei bot online da parte del gruppo. Cyabra come distingue un profilo gestito da un umano o da un bot? In almeno un caso ha preso un granchio, secondo Faktisk.no, attribuendo a software automatizzati account reali. L’indagine del gruppo israeliano riguardava un attacco sulla piattaforma X con falsi account (bot mascherati da persone) contro il profilo del primo ministro norvegese, in vista delle elezioni. Su 12 esempi pubblicati di presunti profili fake, “almeno quattro di essi sono autentici”, secondo il valgio di Faktisk reperibile online. “Difficilissimo stabilire se un profilo è falso o reale, la certezza è impossibile e il rischio dell’errore molto concreto, perfino con i migliori algoritmi”, avvisa Quattrociocchi.
Vannacci sostenuto dai bot? Damiani: “Su Instagram falsi profili favorevoli al generale, contrari su X”
Il report di Cyabra citato da Repubblica, cosa dice sui profili di Vannacci? Tra le anomalie intorno ai suoi account, è classificato “come non autentico il 16,6 per cento di 7.961 profili esaminati”. Non solo: “Reputation Manager ha individuato su X oltre 32 mila retweet prodotti da 6.885 account su appena 245 post originali”. Abbiamo chiesto lumi a Ernesto Damiani, direttore del laboratorio di architetture software sicure (Sesar Lab) dell’Università di Milano: “Uno dei report commissionato da Arcadia a Cyabra ha esaminato 2.453 profili che hanno interagito con gli account di Vannacci, classificandone 607 (24,7%) come non autentici. Su X i falsi erano 397 (34,6%), su Instagram 210 su 1.304 (16,1%). Il periodo analizzato va dal 4 luglio al 3 agosto”. Secondo Damiani, un dettaglio del documento indebolisce la tesi che i bot sostengano l’esponente di estrema destra: “Su X i falsi account che prendono posizione risultano in prevalenza contrari al generale”. Il sostegno, da parte dei profili automatizzati, prevale invece su Instagram, secondo Cyabra. In ogni caso, l’indagine non c’entra nulla con il crollo dei bot russi (certificato da Cloudflare) dopo i raid ucraini tra l’8 e l’11 ottobre. Zelensky ha rivendicato senza prove a conseguenza gradita a Kiev: affondata la propaganda di Mosca, per sostenere Trump, AfD e i putiniani d’Occidente. Ma più di un esperto ha smentito il presidente ucraino.
“Le basi degli hacker russi sono su infrastrutture occidentali”
Intanto, stando a Repubblica, il fascicolo della disinformazione russa giungerà al Copasir. Secondo Damiani, “i dati non evidenziano l’Italia come destinazione particolarmente rilevante o diversa rispetto ad altri Paesi europei per il traffico in uscita dai data center di Yandex”. Misurare il “calo percepito” dei troll russi, secondo l’esperto, non è detto che sia possibile. Damiani cita i gruppi considerati artefici della disinformazione e degli attacchi informatici contro l’Occidente: APT28/GRU Fancy Bear, APT29/SVR Cozy Bear, Sandworm. Le loro basi, tuttavia, non sono solo sui data center della Federazione: “prediligono abitualmente infrastrutture più resilienti, distribuite o situate in Occidente”. Infatti, “i resoconti pubblici non evidenziano cali misurabili nell’attività nota dei gruppi russi”. Certo, i raid su Yandex possono intaccare la propaganda e gli attacchi cyber della Russia, non certo affondarla. Nessuna prova, conclude Damiani, certifica “il ruolo rilevante dei siti colpiti nelle operazioni offensive informatiche condotte dallo Stato russo”. La sintesi: il crollo dei bot è reale, ma riguarda i crawler di Yandex (software automatizzati per indicizzare i siti web), non la propaganda di Putin.
Quattrociocchi, sposta il focus delle fake news sull’algoritmo dei social network: “La disinformazione non è opera dei bot, dipende dal sistema di incentivi fondato sull’intrattenimento alla base del business delle piattaforme. I bot provano a sfruttarlo, ma l’algoritmo online premia quello che intrattiene l’utente”. Per spegnere la disinformazione russa, non basta colpire in Russia. Bisogna parlare con Meta e TikTok, ovvero con Trump e Xi.