Inflazione, AI e concorrenza dietro il “grande freddo” sui titoli di Stato. Perché la tempesta ha raggiunto l’Italia
I mercati obbligazionari mondiali attraversano una fase di marcato stress finanziario, caratterizzata da un netto aumento dei rendimenti e dal crollo dei prezzi dei titoli di Stato delle principali economie avanzate. Negli Stati Uniti, i rendimenti dei titoli federali (Treasury) a 10 anni sono schizzati al 5,23%-5,37%, ai massimi dal 2002. In Europa, i titoli pubblici della Francia (Oat) hanno subito un declassamento di fatto, arrivando a rendere vicino al 5% e superando persino i tassi di Grecia e Italia. I BTp italiani, pur mostrando una resistenza strutturale migliore rispetto al passato, subiscono un inevitabile effetto contagio con rendimenti saliti oltre il 4,6%. Alla radice di questa fiammata si combinano motivi macroeconomici globali, come l’aumento dell’inflazione dovuta allo shock energetico causato dalla guerra di Israele e Usa contro l’Iran e il blocco dello stretto di Hormuz, la competizione tra l’offerta dei titoli sovrani e quella dei bond dei colossi della Ai, le criticità fiscali e politiche dei singoli Paesi.
La questione all’origine di questi scossoni è la relazione inversa tra i tassi di interesse (o rendimenti) e il prezzo dei titoli obbligazionari, un meccanismo fondamentale del funzionamento dei mercati finanziari. Quando i tassi salgono, il valore di mercato dei titoli già in circolazione cala. Le ragioni sono diverse. Innanzitutto, un’obbligazione a tasso fisso garantisce una determinata cedola a scadenze fisse. Se i tassi di interesse sul mercato aumentano – ad esempio per contrastare l’inflazione o a causa della fine degli acquisti da parte delle banche centrali -, le nuove obbligazioni appena emesse offriranno rendimenti e cedole più elevate. Nessun investitore sarebbe disposto ad acquistare un “vecchio” titolo che paga un interesse inferiore se può comprare un titolo di nuova emissione più redditizio. Per rendere vendibile il vecchio titolo che paga cedole meno attraenti, dunque, l’unico modo è ridurne il prezzo d’acquisto. Comprando il titolo a un prezzo scontato (ad esempio a 90 o 85 invece del prezzo nominale di 100), l’acquirente ottiene un rendimento complessivo maggiore (dato dalle cedole fisse più il guadagno in conto capitale al momento del rimborso a scadenza a 100). Il calo del prezzo aggiusta quindi il rendimento effettivo del titolo fino a riallinearlo ai nuovi tassi di mercato. Infine, se l’offerta di debito aumenta notevolmente (come nel caso delle massicce emissioni di titoli di Stato o di bond aziendali) in un momento in cui la domanda cala per la fine del “quantitative easing“, i prezzi dei titoli devono scendere per attirare nuovi acquirenti privati attraverso rendimenti più alti. Il quantitative easing o Qe (“allentamento quantitativo”) è un “addolcimento” della politica monetaria con cui la Banca centrale (come la Bce in Europa o la Fed negli Stati Uniti) crea nuova moneta (in via elettronica) per acquistare titoli finanziari (soprattutto titoli di Stato e obbligazioni) dalle banche e dal mercato, in modo da ridurne in quantitativo in circolazione, aumentarne i prezzi e quindi ridurne i rendimenti.
Tra i fattori scatenanti della crisi del debito sovrano che sta tenendo banco da agosto a oggi c’è innanzitutto la fiammata dell’inflazione salita a settembre al 3% in Francia, 3,3% in Germania e 4,2% in Italia. Questo colpo di coda del costo della vita è stato innescato dagli shock energetici legati alle tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz e ai conflitti nel Medio Oriente e nel Golfo. Il rincaro del petrolio oltre i 100 dollari al barile e le strette sulle forniture internazionali di gas naturale liquefatto (Gnl) hanno allontanato l’ipotesi di rapidi tagli dei tassi da parte delle Banche centrali. A ciò si aggiunge la fine del quantitative easing. La Bce non acquista più i titoli di Stato in scadenza nel proprio portafoglio, riducendoli di circa 45 miliardi di euro al mese (con un drenaggio di liquidità di 395 miliardi nel 2026). Questo obbliga gli Stati dell’Eurozona a collocare enormi moli di debito pubblico ai privati a tassi più elevati.
A complicare la dinamica intervengono gli ingenti investimenti nell’intelligenza artificiale, la cui transizione richiede capitali imponenti. I colossi del settore (SpaceX, Oracle, Microsoft, Meta, Amazon e Alphabet) hanno avviato ingenti piani di spesa, per finanziare i quali hanno già emesso obbligazioni per circa 300 miliardi di dollari da inizio anno, con stime di 600 miliardi entro fine anno e di ulteriori 400 miliardi nel 2027. Questi bond aziendali, dotati di rating elevati e rendimenti attraenti, competono direttamente con la “sete insaziabile” di finanziamento dei Governi. C’è poi un effetto indiretto: l’aumento della produttività dell’economia atteso per effetto della diffusione dell’intelligenza artificiale porta al rialzo del cosiddetto “tasso neutrale”, quel livello teorico del tasso di interesse che non stimola né rallenta la crescita economica.
Nell’Eurozona, intanto, le emissioni lorde sovrane entro la fine dell’anno toccheranno il record di 1.440 miliardi di euro, guidate dalla Francia con circa 380 miliardi seguita da Italia e Germania con oltre 350 miliardi ciascuna. Negli Stati Uniti, il Tesoro deve collocare oltre 1.200 miliardi di dollari di nuove emissioni nette di cedole per coprire un deficit da 2.000 miliardi, saturando i mercati.
Negli Stati Uniti, la crisi dei Treasury è alimentata poi da un debito federale fuori controllo. La montagna del debito pubblico federale americano ha sfondato il tetto dei 40mila miliardi di dollari, attestandosi a ottobre a 40.200 miliardi. Sotto la presidenza di Donald Trump, l’indebitamento si è gonfiato di 4mila miliardi di dollari, quando non si è arrivati ancora al giro di boa di metà mandato, aumentando al ritmo di 2mila miliardi all’anno. Il rapporto debito/Pil degli Usa supera il 100% per la sola quota pubblica (126% totale), con un deficit federale al 5,8%-6,2% del Pil. Sgravi fiscali per gli ultra ricchi non compensati da nuove fonti di gettito, aumento della spesa militare e la spirale degli interessi da pagare – oltre i 1.000 miliardi l’anno, superiori all’attuale budget del Pentagono – costringono Washington a emissioni record di bond.
Nell’Eurozona ora invece è la Francia a confermarsi l’anello debole e l’epicentro della crisi del debito. Parigi soffre per un deficit pubblico al 5,4% del Pil nel 2026, mentre il debito pubblico ha superato i 3.500 miliardi di euro (3.536,1 miliardi nel primo trimestre 2026), pari al 117,5% del Pil e in rotta verso il 120%. A spaventare i mercati è la profonda instabilità politica: con cinque cambi di governo in due anni, l’Assemblea Nazionale di Parigi frammentata dopo lo scioglimento voluto da Macron e la pressione delle scadenze elettorali per le elezioni presidenziali del 2027, la politica appare incapace di attuare i tagli di spesa necessari. Di conseguenza, lo spread Oat-Bund è balzato sopra i 140-150 punti base, portando i rendimenti francesi verso il 5%.
L’Italia risente della situazione per un contagio indiretto. La vendita di titoli francesi ha spinto gli hedge fund, per coprire i portafogli, a liquidare per riflesso i future sui Btp, sfruttando l’elevata liquidità del mercato italiano. Questa turbolenza ha colpito Piazza Affari e il comparto azionario del credito, penalizzato dai timori di svalutazioni dei BTp in pancia alle banche. Tuttavia, Roma evidenzia conti pubblici e fondamentali più solidi di Parigi: registra un avanzo primario statale di 18,6 miliardi e mostra minore dipendenza dai capitali esteri. La posizione patrimoniale netta sull’estero dell’Italia è creditrice per oltre il 15% del Pil, mentre la Francia è debitrice per quasi il 30%, e gli investitori esteri detengono solo il 34%-35,9% del debito italiano, contro il 54%-57,4% di quello francese, garantendo una solida rete di protezione basata sul risparmio interno.
Intanto però, sinché la situazione resterà questa, gran parte della finanza globale continuerà a scommettere sui rialzi dei rendimenti dei titoli di Stato, vendendo le obbligazioni pubbliche già emesse per comprarne nuove a rendimento maggiore. Senza un intervento coordinato delle Banche centrali, ma soprattutto senza la fine della instabilità geopolitica che ha innescato la fiammata dell’inflazione, sarà difficile tornare a un mercato stabile.