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Big Tech, il potere di controllo senza precedenti: governano dati, lavoro e Stati. Per la democrazia è già tardi?

Cloud, guerra e data workers: Rikap, Guarascio e Como spiegano come i colossi digitali rendano dipendenti i governi, sfruttino risorse e riducano i diritti
Big Tech, il potere di controllo senza precedenti: governano dati, lavoro e Stati. Per la democrazia è già tardi?
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Se il futuro è davvero ancora in mano alle democrazie, il tempo stringe. Perché il potere delle Big Tech non consiste più soltanto nel possedere dati, piattaforme e immense ricchezze. È diventato la capacità di controllare imprese, lavoratori, conoscenza e perfino le scelte degli Stati. Un potere senza precedenti, che cavalca una tecnologia che si alimenta in modo tutt’altro che innovativo: di lavoro sottopagato, di consumo di territorio ed energia, e trova nella guerra un nuovo mercato. È la fotografia allarmante emersa alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, durante l’incontro Chi controlla le Big Tech?, parte del Festival dell’Economia Critica, che si conclude oggi, 10 ottobre.

Il punto di partenza lo offre Cecilia Rikap, economista dello University College London e autrice di The Rulers. Corporate Power in the Age of AI and the Cloud (Verso, 2026). La novità, spiega, è il “controllo oltre la proprietà”: Amazon, Microsoft e Google non dominano soltanto ciò che possiedono, ma intere reti di imprese, università e ricercatori che producono conoscenza per loro. Il cloud, spiega, non è una semplice infrastruttura: è il luogo in cui si producono, vendono e utilizzano le tecnologie digitali. E i tre colossi “dettano le regole” di tutte queste attività. Una dipendenza che ormai riguarda anche ospedali, scuole e amministrazioni pubbliche.

Il rapporto con gli Stati si fa stretto. Dario Guarascio, economista della Sapienza Università di Roma e autore di Imperialismo digitale (Laterza, 2026), descrive confini sempre più sfumati tra potere pubblico e privato. Se Google interrompesse i propri servizi, osserva, anche l’università perderebbe accesso a posta elettronica e dati, solo per citare un esempio. Ma le multinazionali dipendono a loro volta dagli Stati, soprattutto dalla spesa militare. La digitalizzazione degli eserciti trasforma i colossi tecnologici in fornitori indispensabili: “Se il partner è qualcuno di indispensabile per fare la guerra, è difficile che arrivino regolamentazioni effettivamente ostili” al suo potere. La competizione tra Stati Uniti e Cina, avverte, accentua questa saldatura tra tecnologia, politica e apparati militari, mentre l’Europa rischia di aumentare la propria dipendenza attraverso il riarmo.

E il lavoro? Eliana Como, della Fondazione Di Vittorio, contesta la profezia della sua scomparsa: “Non è mai la tecnologia che licenzia, è sempre il padrone che licenzia usando la tecnologia”. Dietro l’intelligenza artificiale ci sono milioni di lavoratori poverissimi (data workers) che classificano dati e moderano contenuti violenti per addestrare l’intelligenza artificiale. Lavori che riguardano soprattutto i paesi poveri, ma che “stanno arrivando anche in Europa”, avverte Como. Nelle fabbriche, intanto, gli algoritmi sorvegliano ogni movimento e intensificano i ritmi, tanto che la prospettiva di lavorare meno si sta rivelando un’illusione. Nelle professioni creative le tecnologie digitali trasformano traduttori, illustratori e sceneggiatori in controllori di ciò che produce il software, svalutandone competenze e compensi. Neppure la tecnologia è immateriale. Como ricorda che servono minerali, infrastrutture, enormi quantità di elettricità e acqua per raffreddare i data center, impianti che occupano suolo ma generano poca occupazione. “L’intelligenza artificiale è un sistema tecnologico estrattivista”, sostiene: estrae risorse dalla natura e valore dal lavoro umano.

Resta uno spiraglio che il moderatore, Massimo Alberti di Radio Popolare, ha affidato a Rikap: “Quello che questa tecnologia cerca di fare non è inevitabile”. Non bisogna inseguire la corsa all’intelligenza artificiale imposta dai colossi, ma decidere democraticamente quali tecnologie sviluppare e per quali scopi. Lavoratori e comunità devono poter scegliere quali dati raccogliere, come utilizzarli e perfino se ospitare un data center. Perché non basta distribuire i profitti dell’innovazione: occorre “distribuire anche, e soprattutto, il potere decisionale”.

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