Incendi in Indonesia, scuole chiuse in Malesia: non solo El Niño, dietro c’è anche il disboscamento per cellulosa e olio di palma
L’emergenza incendi in Indonesia non si ferma. La Nasa ne rileva quasi 400 in tutto il Paese, mentre giovedì 8 ottobre, erano più di mille. La siccità non aiuta, quindi le autorità hanno già avvisato che il rischio di nuovi focolai rimane alto. Dietro i roghi, però, non ci sono solo le forti ondate di calore e le prolungate stagioni secche legate a El Niño, ma anche la tecnica del ‘taglia e brucia’ messa in atto da aziende e agricoltori per ripulire rapidamente le aree della foresta tropicale e fare spazio a piantagioni industriali di palma da olio (importata anche in Europa e in Italia) e alla silvicoltura per la produzione di cellulosa (esportata soprattutto in Cina). A fine agosto la polizia indonesiana ha arrestato 72 persone, sospettate di aver appiccato una novantina di incendi. Nel frattempo, però, gli effetti dei roghi continuano ad arrivare anche nei Paesi vicini. La Malesia ha disposto la chiusura delle scuole in diverse regioni, compresa la capitale Kuala Lumpur, proprio a causa delle nubi di fumo provocate dagli incendi in Indonesia.
Gli incendi in Indonesia e gli effetti sulle popolazioni (anche negli altri Paesi)
Ma quella degli incendi è un’emergenza che va avanti da mesi, in Borneo, Sumatra e Papua, resa ancora più critica dal clima. Come riporta la Bbc, utilizzando immagini satellitari, l’organizzazione non governativa Greenpeace ha individuato quasi 7mila focolai in tutta l’Indonesia, dall’8 agosto al 1 ottobre scorso. “Le concentrazioni più elevate – scrive la BBC – sono state registrate nel Kalimantan Centrale (1.728 focolai), nella Papua Meridionale (1.413), nel Kalimantan Occidentale (1.240) e a Sumatra Meridionale (953), con altri focolai distribuiti tra Kalimantan Meridionale, Kalimantan Orientale, Jambi e Riau”. Agli inizi di agosto le autorità indonesiane hanno chiuso l’accesso a un parco nazionale sull’isola di Giava e, a metà agosto, si contavano già oltre 107mila ettari di territorio devastato. Ma dall’inizio dell’anno sono 200mila gli ettari andati in fumo. Due settimane fa, il ministero della Salute ha fatto sapere che ci sono stati 174.694 casi di infezioni respiratorie acute tra agosto e il 21 settembre nelle aree colpite da incendi boschivi e di torbiera. Ma i roghi si sono estesi anche a Malesia, Singapore, Filippine e persino Vietnam. Tanto che il 4 settembre scorso, il governo della Malesia ha dichiarato una “situazione di emergenza” nella provincia di Serian, parte della regione di Sarawak. Ora la decisione di chiudere le scuole. “Ho dato istruzioni a tutti gli uffici scolastici statali e distrettuali di continuare a monitorare la situazione e di adottare misure immediate qualora le condizioni lo richiedessero” ha dichiarato la ministra dell’Istruzione, Fadhlina Sidek.
Il fattore El Niño
Le cause sono diverse e non dipendono solo da El Niño, che certamente ha un peso. Nei mesi scorsi, d’altronde, l’Organizzazione meteorologica mondiale aveva invitato a prepararsi all’arrivo di questo fenomeno climatico naturale che ciclicamente provoca un riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico e gli esperti avevano previsto che avrebbe avuto effetti significativi, tra gli altri Paesi, anche in Indonesia, prosciugando le torbiere che sono degli enormi serbatoi naturali di carbonio, ma dovrebbero rimanere umide per non trasformarsi in combustibile a cielo aperto. E ciò che non fa la natura, lo fa l’uomo.
Il fattore disboscamento
Perché gli incendi che la natura contribuisce a diffondere sono dolosi, legate alla deforestazione e alle attività agroindustriali. Il terreno boschivo viene incendiato per ripulire rapidamente le aree della foresta tropicale e fare spazio a piantagioni industriali di palma da olio, ma anche alla silvicoltura per la produzione di cellulosa. Ed è proprio per fare stazioni alle colture commerciali, che vaste aree di torbiera naturale vengono bonificate e drenate. Ma le torbiere sono ecosistemi che, restano naturalmente umidi, resisterebbero al fuoco. Private dell’acqua, lo strato di torba si secca e si trasforma in un combustibile altamente infiammabile che può bruciare sottoterra per settimane, rilasciando enormi quantità di smog tossico e anidride carbonica. L’indonesia è settimo produttore mondiale di cellulosa con 11,3 milioni di tonnellate nel 2024. Il settore è cresciuto del 70 per cento nell’arco dell’ultimo decennio (erano 6,7 milioni di tonnellate nel 2015) e oggi la Cina assorbe oltre il 75 per cento di tutta la cellulosa esportata da Paese. I due colossi indonesiani Sinar Mas e Royal Golden Eagle (RGE) esportano la cellulosa dalle proprie piantagioni indonesiane alle proprie affiliate in Cina per produrre carta, fazzoletti, imballaggi e viscosa per il settore tessile.
Dall’olio di palma al Pome
L’Indonesia è anche il più grande produttore mondiale di olio di palma, esportato soprattutto in India, Pakistan, Cina, seguiti da Stati Uniti ed Europa (soprattutto Italia, Paesi Bassi e Spagna). L’Europa ha deciso di eliminare gradualmente l’olio di palma grezzo dai biocarburanti entro il 2030 proprio per il suo legame con la deforestazione, incentivando l’uso di scarti per produrre biodiesel. Ed è qui che entra in gioco il Pome (Palm Oil Mill Effluent), refluo oleoso della lavorazione dell’olio di palma, ampiamente utilizzato in Europa per i biocarburanti ed il cui consumo è salito alle stelle. Ma se un rifiuto come il Pome acquisisce un alto valore commerciale, aumenta la redditività complessiva dell’intera filiera della palma da olio. Morale: se l’Europa assorbe circa il 10,4% dell’intero export di olio di palma prodotto in Indonesia, nel caso del Pome (classificato come rifiuto e incentivato dalle direttive), l’Europa è uno dei maggiori mercati di destinazione globali insieme alla Cina. E l’Italia, con le sue bioraffinerie, rappresenta il principale hub d’importazione europeo per questo refluo.