Electrolux fa come Beko: i licenziamenti diventano esuberi pagati e chiude una fabbrica. E Urso si mette a disposizione
La soluzione proposta, alla fine, è simile a quella che chiuse la vertenza Beko. Come fatto dai concorrenti due anni fa, Electrolux ha deciso di ritirare la procedura di licenziamento per 1.450 persone e ha presentato un piano che inciderà in ogni caso sui livelli occupazionali e porterà alla cessione della fabbrica di Cerreto d’Esi, con la re-industrializzazione totalmente da ricostruire. Durante l’incontro con il governo al ministero delle Imprese e del Made in Italy, la multinazionale degli elettrodomestici ha spiegato il proprio punto di caduta: 1.250 esuberi incentivati, concentrati principalmente nello stabilimento marchigiano destinato alla dismissione, su circa 4.000 lavoratori italiani. Insomma, pagherà i lavoratori per andarsene e non rinnoverà i 135 precari attualmente sotto contratto.
La vertenza era iniziata in primavera con l’annuncio di 1.719 licenziamenti, poi scesi a 1.450 in estate. Sembrava che la situazione fosse in stallo. Ora invece Electrolux fa un minimo di apertura senza alcuna marcia indietro. La mossa, come detto, ricalca quella di Beko che incentivò 990 uscite e ottenne garanzie dal ministero per trovare un acquirente per il sito di Siena, dove la situazione è ancora in alto mare. Il tutto a fronte, come garantisce anche oggi Electrolux, di investimenti in tutti gli altri stabilimenti. Percorsi complicati, che richiederanno anni per ottenere eventuali risultati e incerti nella loro messa a terra, poiché correlata all’andamento di un mercato in cui la pressione dei marchi cinesi sui prezzi è forte.
A oggi, l’azienda ha spiegato di voler incentivare le uscite volontarie di 600 impiegati e 650 impiegati nei prossimi tre anni, ricercare un progetto di re-industrializzazione e riqualificazione del personale di Cerreto d’Esi con il “supporto delle istituzioni e delle parti sociali”, attraverso un tavolo di lavoro, spiegando anche di aver già coinvolto un advisor (Vertus s.r.l.) per la ricerca di eventuali investitori. Nel frattempo, sostiene, manterrà attiva la produzione delle cappe aspiranti ma avvisa che servirà l’uso della cassa integrazione. Ha inoltre richiesto un piano di ammortizzatori per gestire la transizione e un “impegno congiunto” per sostenere la competitività delle produzione italiane mediante “l’inserimento dell’elettrodomestico nell’agenda europea”, cioè la revisione del Cbam e sconti sul prezzo dell’energia. Fin qui, le richieste e gli addii. L’impegno? Novanta milioni di investimenti.
Il ministro Urso si è subito messo a disposizione parlando addirittura di un “rilancio” nonostante vadano dispersi 1.250 posti di lavoro: “Siamo pronti a sostenere il nuovo piano di rilancio, con tutti gli strumenti, anche straordinari, che metteremo in campo con la prossima legge di bilancio”, ha detto convocando un nuovo tavolo per il 29 ottobre. Parole che hanno provocato la protesta dei sindacati, secondo i quali non è possibile aiutare chi annuncia la chiusura di una fabbrica, cassa integrazione e riduzione del perimetro occupazionale. “Dobbiamo lavorare insieme con tutti gli attori, per definire in pochi giorni il nuovo piano sostenibile e condivisibile. Dobbiamo farlo entro il mese di ottobre, così da consentire al management europeo dell’azienda di preservare gli stabilimenti e i lavoratori italiani dalla riorganizzazione globale del gruppo, che dovrebbe essere varata nella prima parte di novembre”. Una nuova struttura che prevede anche lo spostamento di produzioni dalla Polonia all’Asia, la stessa strada che prenderanno – come svelato da Ilfattoquotidiano.it – anche alcune missioni ora in capo ai siti italiani.
“Oggi ci sono stati dei passi in avanti grazie alle mobilitazioni, passi però ancora insufficienti. Abbiamo detto una cosa molto semplice, non è la prima volta che questa multinazionale vuole chiudere gli stabilimenti e licenziare le persone, quindi serve una mano di tutti. Oggi abbiamo guardato in faccia il ministro Urso, i presidenti delle Regioni, i sindaci, per dire una cosa molto chiara: non pensate alla prossima campagna elettorale, ma schieratevi a fianco delle organizzazioni sindacali, al fianco dei lavoratori, per far ritirare quel piano vergognoso di ritirata strategica e di licenziamenti”, ha detto Davide Sperti, segretario generale della Uilm.
“Il ritiro dei licenziamenti unilaterali è sicuramente un cambio di passo importante”, sostiene la segreteria nazionale della Fiom Barbara Tibaldi. In una nota congiunta insieme al segretario generale Michele De Palma, il sindacato ha precisato che per la Fiom “elementi essenziali per poter arrivare a un eventuale accordo con l’azienda e il governo sono il mantenimento della struttura occupazionale, di ricerca sviluppo e manifatturiera” di Electrolux. “È quindi fondamentale – sottolinea la Fiom – garantire la continuità occupazionale e produttiva nella fase di riorganizzazione e reindustrializzazione”. Per l’Usb “nessun licenziamento unilaterale non significa nessuna perdita occupazionale: 1.250 uscite restano una riduzione enorme dell’occupazione”. Il “punto vero”, insiste il sindacato, “posto al tavolo odierno è quindi un altro: quanto del piano iniziale viene realmente ritirato?”. L’Usb chiede che “il tempo che resta deve servire a cambiare davvero il piano, non semplicemente a renderne più gestibili gli effetti sociali” e “se arrivano risorse pubbliche, devono servire a mantenere lavoro, produzioni e competenze in Italia, non a finanziare delocalizzazioni e ridimensionamento a spese dei cittadini italiani”.