Caro benzina, così l’impresa pubblica avrebbe potuto svolgere un ruolo regolatore
Di questi tempi, un barile di petrolio costa tra gli 80 e i 90 dollari, WTI o Brent — tra 68 e 75 euro al cambio attuale. Come quindici anni fa, attorno al 2010. Allora la benzina alla pompa costava in Italia meno di un euro e mezzo al litro. Adesso costa più di due euro, come ho verificato oggi.
Se ne può dedurre come il prezzo del carburante sia una variabile quasi indipendente dal costo della materia prima, un po’ come il salario secondo la teoria sindacale in voga tra la fine degli anni ’60 e ’70, quando la Cgil introdusse l’assioma dei salari indipendenti dalla produttività, dall’inflazione, dai profitti delle imprese. Agli occhi della gente, il prezzo della benzina appare indipendente dalla materia prima, dalla produttività, dall’inflazione, dai profitti delle imprese. Legato solo alla intensità dei bombardamenti nel mondo.
Secondo il fondatore di Eni, Enrico Mattei, “il nostro compito non è l’accumulo del profitto, ma la fornitura di energia a basso costo per fare da volano all’intera economia nazionale.” L’energia doveva diventare “un fattore competitivo e non più un vincolo strutturale” per il sistema Italia. Lo Stato doveva svolgere un ruolo attivo nell’economia, sia quale semplice regolatore del mercato, sia come imprenditore strategico. La funzione di regolatore del mercato è stata spazzata via dal vento cosmico di Bruxelles, senza che i cittadini siano stati chiamati a deciderlo e neppure a saperlo.
Pare che Eni/Enilive abbia venduto nel 2025 in Italia circa 5 milioni e mezzo di tonnellate di carburanti nella rete retail, con volumi di benzina e diesel in aumento. La rete, molto capillare, comprendeva quasi 4mila stazioni. Convertendo le tonnellate in litri, usando le densità tipiche di benzina e gasolio, si ottengono da 6,8 a 6,9 miliardi di litri.
Con un Governo della Prima Repubblica — magari Andreatta ministro — Eni avrebbe potuto svolgere un ruolo regolatore in questa brutta congiuntura. Per esempio, fare 20 centesimi di sconto al litro — prezzo alla pompa Iva compresa. La riduzione lorda dei ricavi sarebbe circa 16 centesimi e mezzo al litro. A lungo andare, sono circa 1,1-1,2 miliardi di euro all’anno di minori ricavi netti per Eni. A circa 245 milioni ammonterebbe, invece, la minore Iva incassata dallo Stato.
Ho chiesto all’intelligenza artificiale (Gpt-5-2, Claude Opus 4.8, Deep-Seek) una opinione basta sui numeri. Ho ricevuto risposte molto articolate. Una breve sintesi di quel che ho capito —probabilmente molto poco, mi mancano i fondamentali — è la seguente, la più chiara tra tutte, fornita da Claude.
Supponiamo che Eni riduca di 20 centesimi al litro il prezzo finale alla pompa, su benzina e diesel, per un anno; senza alcuna riduzione delle accise. E che il Mase confermi che il prezzo alla pompa comprenda Iva, accisa e componente netta; e che le accise siano una componente separata dal prezzo netto. L’Eni potrebbe scontare tra un miliardo e miliardo e duecento milioni di minori ricavi. Lo Stato, assieme alla Ue, perderebbero 245 milioni di euro all’anno di Iva, ma lo Stato non perderebbe un centesimo alla voce accise.
Quindi, semplificando: per ogni euro di sconto concesso da Eni al consumatore, circa 82 centesimi sarebbero persi dalla filiera/Eni e circa 18 centesimi dall’Erario Nazionale ed Europeo sotto forma di Iva.
Quanto costerebbe, invece, allo Stato Italiano concedere direttamente uno sconto di 20 centesimi su ogni litro di benzina e diesel a tutti gli automobilisti, e soprattutto quanto dovrebbe aumentare il deficit pubblico per finanziarlo? L’Ai prevede un costo annuo di 8 miliardi di euro. Un costo aggiuntivo di circa 8 miliardi corrisponderebbe grosso modo al 4 per mille del Pil.
Naturalmente questi calcoli non tengono conto del vantaggio della integrazione verticale (upstream) della filiera Eni, degli eventuali maggiori volumi di vendita, dell’incremento dei consumi, del ritorno d’immagine sulla clientela. Tutti fattori che potrebbero ridurre la perdita. Né considerano altri fattori negativi la volatilità del mercato dell’energia, l’attrito con le Sette Sorelle, le quotazioni di Borsa, il prestigio finanziario.
È stato solo il sogno di una notte insonne di mezza estate. Un’altra estate più calda della precedente e meno calda della prossima. Chissà come il venditore di almanacchi proporrebbe la prossima estate al passeggero imbestialito dagli aumenti. Dovete perdonarmi: un ingegnere accaldato sogna calcoli su calcoli, anche bislacchi. E poi scarica sulla Ai le proprie frustrazioni la mattina dopo.
Secondo Pasquale Saraceno, l’impresa pubblica non nasce per eliminare il mercato, ma per farlo funzionare laddove l’iniziativa privata crea rendite di posizione o non garantisce l’interesse collettivo. E, in quella notte infuocata, mi è anche venuta in mente una frase di Beniamino Andreatta, che conobbi quale primo rettore dell’Università della Calabria, uno degli uomini politici più capaci del Novecento: “I nostri governanti? Sono come antichi nobili di campagna che per mantenere abitudini lussuose ipotecano il castello”.