Non solo il tesseramento, Malagò si candidò senza dichiarare nulla sui requisiti: la carta accettata dalla Figc
Non c’è solo il problema del mancato tesseramento: la candidatura di Giovanni Malagò era carente anche per altri motivi. Praticamente un pezzo di carta o poco più, sprovvisto di basilari formalità, che è stato incredibilmente accettato e pone a questo punto seri dubbi sul corretto funzionamento della FederCalcio.
Come raccontato più volte, Malagò non era tesserato per la Figc al momento della sua candidatura e questo è un requisito obbligatorio per ricoprire qualsiasi carica. Si tratta di un cavillo, però il tesseramento è anche uno dei principi fondamentali su cui si regge l’intero ordinamento sportivo. La questione è emersa a seguito del ricorso dell’avvocato Miele (che aveva provato a candidarsi senza averne i requisiti), ed è stata poi investigata dalla Procura generale, che ha respinto la difesa d’ufficio della FederCalcio trasmettendo gli atti al Coni per le opportune valutazioni. Per suffragare con basi giuridiche la difficile decisione della giunta, il presidente Buonfiglio ha chiesto un parere a quattro saggi, che dalle prime indiscrezioni confermerebbero appunto l’obbligatorietà del tesseramento. Ma c’è di più.
Il Fatto Quotidiano ha potuto visionare la documentazione ufficiale delle candidature alla presidenza della FederCalcio. E dalle carte emergono ulteriori dettagli, non tanto sulle modalità con cui Malagò ha depositato la candidatura, ma soprattutto sulla superficialità con cui la Federazione l’ha accettata. Si tratta di un verbale di deposito, sottoscritto dal segretario generale Marco Brunelli (finito nell’occhio del ciclone perché c’è la sua firma su tutti gli atti), in cui si legge che l’avvocato Luca Bergamini (nelle ultime settimane nominato capo staff in Federazione) ha presentato munito di delega la candidatura per conto di Malagò. Non è vietato, ma il problema si coglie appieno soprattutto nel confronto con gli altri candidati.
L’avvocato Renato Miele – colui che ha innescato lo scandalo col suo ricorso, escluso anche giustamente dall’assemblea elettiva perché sprovvisto dell’appoggio di una componente – ha presentato il documento di vigenza del tesseramento, il famoso modulo che Malagò non ha mai potuto produrre perché non esisteva, e per i restanti requisiti una dichiarazione sostitutiva ai sensi del D.P.R. 445/2000, cioè un documento firmato dal cittadino che sostituisce a tutti gli effetti i normali certificati rilasciati dalla pubblica amministrazione. Perfetto. Lo stesso Giancarlo Abete – n.1 dei Dilettanti, lo sfidante battuto da Malagò nelle urne – pur senza citare il DPR che conferisce un valore legale al certificato, ha allegato una dichiarazione “sotto la sua responsabilità” di possedere i requisiti e non essere soggetto a divieti e incompatibilità. Nella candidatura di Malagò non c’è nulla di tutto ciò.
L’avvocato Bergamini si è presentato in Federazione soltanto con la delega sottoscritta da Malagò, l’accredito delle 18 società di Serie A e il documento programmatico. Non una semplice riga o accenno al possesso dei requisiti richiesti, esplicitamente previsti sia dallo statuto federale (che per gli organi elettivi specifica “fermo il rispetto dei requisiti generali stabiliti dallo statuto del CONI”), sia dai principi informatori, dove all’articolo 7.4 si dice che i candidati “devono essere in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura” e “essere in possesso dei requisiti di onorabilità e professionalità”.
Questo, se per certi versi potrebbe alleggerire la posizione del diretto interessato (che almeno non ha dichiarato il falso, perché semplicemente non ha dichiarato nulla), aggrava quella della Federazione. Abbiamo un non tesserato che si è potuto candidare alla guida del calcio italiano senza dimostrare, e nemmeno dichiarare, di avere i requisiti necessari. E dal fatto che in Figc non si siano accorti per tempo del mancato tesseramento, possiamo immaginare che nessuno li abbia verificati. Tutto sulla fiducia. Una Federazione sportiva può funzionare in questo modo? È anche questa la domanda a cui dovranno rispondere i membri della giunta, quando si tratterà di decidere se commissariare o meno il pallone.