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Siamo il paese dei bandi prorogati a 5 minuti dalla scadenza: il cinema soffoca nella burocrazia

La tanto attesa nuova “agenzia indipendente” non vedrà la luce prima del 2028: nel mentre, il sistema permane paralizzato da procedure inefficienti ed esasperatamente lente
Siamo il paese dei bandi prorogati a 5 minuti dalla scadenza: il cinema soffoca nella burocrazia
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Il 10 settembre 2026 la Camera dei Deputati ha approvato il “testo unificato” di quella che dovrebbe divenire la nuova legge che regola l’intervento dello Stato a sostegno del settore cinematografico e audiovisivo, in una rara occasione di convergenza “bipartisan”: la proposta di legge è ora passata al Senato e si prevede che abbia un iter rapido, senza emendamenti che costringano un ritorno a Montecitorio.

La decisione è stata accolta con pareri complessivamente positivi, seppur con qualche perplessità, ma è purtroppo latente una mina vagante: la tempistica, dato che la “Agenzia” indipendente che andrà a sostituire l’attuale Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura non potrà vedere la luce prima del 2028. Nelle more, la “governance” del settore resta ben ancorata nelle mani della Sottosegretaria delegata a Cinema e Audiovisivo, la senatrice leghista Lucia Borgonzoni, del Direttore Generale Giorgio Carlo Brugnoni (nominato dal ministro Alessandro Giuli), che nell’ottobre dell’anno scorso ha preso il posto dello “storico” Dg Nicola Borrelli, costretto alle dimissioni come agnello sacrificato sull’altare dello scandalo del “tax credit”. Di fatto, un’operazione più di facciata che di cambiamento reale.

In effetti, da quando Giorgio Carlo Brugnoni è arrivato a Santa Croce in Gerusalemme, le cose sono cambiate? Sostanzialmente no, nonostante lui stesso e la Sottosegretaria continuino a dichiarare un radicale “new deal” autoincensandosi. Tutta la macchina burocratica del Ministero continua a lavorare a rilento. Nonostante il Dg sia affiancato da quattro dirigenti e da circa 150 funzionari, tutte le procedure amministrative – dal “tax credit” ai contributi alla produzione e alla promozione – sono gestite con una lentezza esasperante. Indegna di un Paese moderno e di una democrazia evoluta.

Si assiste poi spesso a procedure al limite del surreale: avvisi pubblici che prevedono una data di scadenza per la presentazione delle istanze vengono “annullati” ovvero rimandati in extremis, con motivazioni improbabili. Qualche settimana fa, il bando per i cosiddetti “progetti speciali” della Direzione Cinema e Audiovisivo, che scadeva il 4 settembre 2026 alle ore 23:59, ha subito una inattesa proroga di 10 giorni, che è stata pubblicata a 5 ore (cinque!) dalla scadenza del bando stesso. La comunicazione all’ultimo momento rendere instabile ed aleatoria la programmazione del lavoro.

Ancora più incredibile la proroga del bando per le iniziative per la promozione del cinema nelle scuole (gli avvisi cosiddetti “Cips”, acronimo che sta per “cinema e immagini per la scuola”), co-promosso da due dicasteri, ovvero il Ministero della Cultura ed il Ministero dell’Istruzione e del Merito: scadeva venerdì 18 settembre alle ore 15, ma alle ore 14:55 è stato pubblicato l’avviso che segnalava che la scadenza veniva prorogato di 7 giorni. Un record storico, questa proroga veramente “last minute”: 5 minuti prima della scadenza!

Queste dinamiche sintomatiche confermano la patologia del quadro complessivo di una burocrazia arretrata e lenta: molti sperano che l’istituzione della futura Agenzia per il Cinema e l’Audiovisivo possa consentire il superamento di queste procedure arcaiche, ai limiti del ridicolo.

E che dire di bandi per iniziative festivaliere da realizzare nell’anno solare 2025?! L’analisi della cronologia entra nella dimensione kafkiana: l’avviso “promozione cinematografica e audiovisiva 2025” è stato pubblicato il 15 luglio 2025, con scadenza del termine per presentare le istanze al 27 agosto 2025, scadenza poi prorogata al 10 settembre 2025… Quando sono stati pubblicati i risultati?! Il 31 marzo 2026, ovvero 3 mesi dopo la conclusione dell’anno solare del 2025! Quindi tutti gli organizzatori culturali hanno dovuto attendere la conclusione dell’anno, per conoscere se le loro iniziative – realizzate nell’anno precedente – erano state benedette o meno dal Ministero. Ad attività già concluse!

Dinamiche simili anche rispetto al sempre più controverso “tax credit”. Eppure la stessa Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in sede di (auto)celebrazione dei suoi primi quasi quattro anni di governo (in quel di Bari il 4 settembre) ha citato il credito di imposta tra i risultati (?!) rivendicati, vantandosi di una riforma che non ha ancora modificato di una virgola – di fatto – le patologie del sistema.

Il “tax credit” – erogato con la lentezza di sempre – continua ad alimentare le casse dei grossi produttori, di un manipolo di “big player” privilegiati, e soprattutto di alcune multinazionali dell’audiovisivo: prima tra tutte la Fremantle del gruppo tedesco Rtl Group-Bertelsmann. Con buona pace di quel “sovranismo culturale” che ogni tanto viene evocato a vanvera con grancassa retorica. E, paradosso nel paradosso, una società come Fremantle (che ha acquistato una decina di società di produzione italiane, da Wildside a Lux Vide, da Picomedia a Stand By Me), che dipende da un broadcaster tedesco, viene considerata dalla legge italiana un soggetto “indipendente” (anche se è controllata da un’emittente televisiva come Rtl), mentre società di produzione come Medusa spa e Fascino srl, che sono controllate da Mediaset Mfe, vengono penalizzate dallo status di “non indipendenti”

Il “saccheggio delle multinazionali” – come lo definisce l’avvocato Michele Lo Foco, raro caso di libero pensatore (membro dissidente del Consiglio Superiore del Cinema e Audiovisivo) – continua immutato. E lo Stato (italiano) paga.

Il quadro normativo del settore cinematografico e audiovisivo italiano è affollato di tante contraddizioni, paradossi, asimmetrie. Ed affossato da infinite patologie burocratiche. C’è chi teme che la riforma approvata il 10 settembre a Montecitorio, anche se verrà presto (fine novembre?!) elevata a legge dello Stato, corra il rischio di finire su un binario morto, anche perché c’è – dietro le quinte – chi rema contro, conservativamente: quello stesso apparato burocratico ministeriale che dovrebbe essere sostituito da una agenzia moderna, dinamica, e soprattutto indipendente dalla politica.

Nel mentre, la burocrazia ministeriale soffoca il settore, ma quasi nessuno si lamenta perché si temono ritorsioni: va denunciato a chiare lettere che – di fatto – da quando è entrato in carica il governo Meloni, l’economia e la politica del cinema e dell’audiovisivo italico non sono cambiate granché. Il resto è retorica e autocelebrazione.