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Madre e figlia avvelenate con la ricina, gli investigatori: “Elementi certi su omicidi”. Anomalie riscontrate tra gli alimenti inviati agli specialisti tedeschi

Gli investigatori concentrano le verifiche sui reperti sequestrati nella casa di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi. Atteso da Berlino il rapporto del Robert Koch Institute sui 70 alimenti analizzati. Al vaglio anche testimonianze, messaggi e rapporti familiari. La difesa di Gianni Di Vita invita a non escludere l’ipotesi dell’incidente
Madre e figlia avvelenate con la ricina, gli investigatori: “Elementi certi su omicidi”. Anomalie riscontrate tra gli alimenti inviati agli specialisti tedeschi
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La pista del duplice omicidio volontario prende sempre più consistenza nell’inchiesta sulla morte di Sara Di Vita, 15 anni, e della madre Antonella Di Ielsi, 50, decedute a dicembre scorso in ospedale dopo un avvelenamento da ricina. Gli investigatori avrebbero raccolto “elementi certi” che orientano l’indagine verso un’ipotesi dolosa già al centro del fascicolo aperto dalla Procura a carico di ignoti. Un punto fermo arrivato poche ore dopo l’invito dell’avvocato di Gianni Di Vita, padre e marito delle vittime, a non escludere l’incidente. Tra gli elementi ritenuti più significativi c’è la ricerca del possibile vettore della ricina, cioè della sostanza o dell’alimento attraverso il quale il veleno sarebbe stato assunto dalle due vittime.

Al centro degli accertamenti ci sono i reperti sequestrati nell’abitazione della famiglia Di Vita, compresi circa 70 alimenti inviati al Robert Koch Institute di Berlino per specifiche analisi. Il rapporto ufficiale dell’istituto tedesco non è ancora stato trasmesso agli inquirenti. Tuttavia, secondo le indiscrezioni raccolte nell’ambito investigativo, sarebbero state riscontrate alcune anomalie. Un’indicazione che, se confermata dagli esiti ufficiali, potrebbe rappresentare un passaggio decisivo per ricostruire le modalità dell’avvelenamento e soprattutto stabilire se la ricina sia stata introdotta deliberatamente in un alimento consumato dalle vittime. Il dato dovrà essere incrociato con quello degli altri accertamenti scientifici. A luglio sono stati effettuati 131 prelievi su reperti e materiali sequestrati: proprio la comparazione tra questi risultati e quelli provenienti da Berlino potrebbe consentire di restringere il campo e individuare il possibile alimento contaminato.

La ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Sara e Antonella passa però anche dalle testimonianze. La Squadra Mobile sta riesaminando i racconti delle persone che frequentavano la famiglia, alla ricerca di eventuali contraddizioni, omissioni o circostanze non ancora chiarite. Nelle ultime settimane si sono susseguite numerose audizioni in Questura. Tra queste, quelle di una cugina di Gianni, ascoltata più volte; di un’altra cugina residente a Pietracatella; e di una professoressa e amica di lunga data di Gianni, già coinvolta in agosto in un confronto all’americana durato circa due ore.

Particolare attenzione è stata riservata anche alla famiglia dell’infermiere e amico dei Di Vita, intervenne infatti durante le ore drammatiche del 26 dicembre, quando le condizioni di madre e figlia peggiorarono improvvisamente, suggerendo il trasferimento in ospedale. L’uomo è stato nuovamente ascoltato dagli investigatori; è stata sentita anche la moglie vicepreside della scuola frequentata da Alice, la figlia maggiore di Antonella. Gli investigatori – secondo il Corriere della Sera – starebbero inoltre esaminando i rapporti intercorsi in quei giorni tra le due famiglie. Quando venne sequestrato il cellulare di Alice, agli specialisti dello Sco sarebbe stato chiesto di approfondire anche le conversazioni con la famiglia dell’infermiere, nel tentativo di ricostruire il clima familiare nei giorni dell’avvelenamento.

Sul versante giudiziario, oltre ai cinque medici del Cardarelli indagati per omicidio colposo scagionati dagli esiti dell’autopsia, nell’inchiesta sul duplice omicidio volontario risulta una sola persona indagata per favoreggiamento: una amica di Antonella, che secondo la ricostruzione investigativa non avrebbe riferito inizialmente agli inquirenti che la donna le aveva parlato, già dal 2019, della possibilità di un divorzio. È proprio la possibile ricostruzione di un movente, in particolare nell’ambito dei rapporti personali e familiari, uno degli aspetti sui quali gli investigatori stanno concentrando l’attenzione. La svolta dell’inchiesta potrebbe dunque arrivare proprio dagli esami scientifici. Se il rapporto del Robert Koch Institute dovesse confermare la presenza della ricina in uno degli alimenti sequestrati nella casa delle vittime, gli investigatori avrebbero un elemento concreto per ricostruire il percorso del veleno. Da quel momento, la domanda centrale dell’indagine diventerebbe stabilire come la sostanza sia finita in quell’alimento e chi abbia avuto la possibilità di contaminarlo.

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