“Riceverà una lezione”: il marocchino Ezzalzouli con una maglia per gli abitanti di Ceuta, i connazionali lo minacciano di morte
Ieri sera, la vittoria del Real Betis sul campo del Villarreal è finita quasi subito sullo sfondo. All’Estadio de la Cerámica il risultato ha detto 1-2 per gli andalusi, ma a far discutere dopo il triplice fischio non è stato né un gol né una decisione arbitrale. È bastata una maglietta. E, soprattutto, un giocatore in particolare che la indossava. Poco prima dell’inizio della partita, i giocatori di Villarreal e Betis sono scesi in campo con una scritta sul petto: “Todos somos caballas”, letteralmente “Siamo tutti sgombri”, il soprannome con cui vengono chiamati gli abitanti di Ceuta.
Un’iniziativa nata per esprimere vicinanza alla città autonoma spagnola, alle prese da settimane con una situazione estremamente complicata. Dal 30 luglio, secondo i dati ufficiali diffusi dal governo spagnolo, oltre 72 mila persone sarebbero entrate illegalmente nel Paese. I due club avevano deciso di utilizzare la visibilità della partita per lanciare un messaggio semplice: Ceuta non è sola. Tutti hanno indossato quella maglia. Anche Abde Ezzalzouli. Ed è proprio qui che, per una parte dei suoi follower marocchini, è iniziato il problema. L’esterno del Betis è nato a Beni Mellal, in Marocco, ma è cresciuto a Elche, in Spagna. Una biografia che racconta già da sola il suo legame con entrambi i Paesi. Per anni Abde si è trovato anche davanti a una scelta delicata: rappresentare la Spagna o il Marocco. Nel 2021 sembrava vicino alla nazionale spagnola, prima di cambiare strada pochi mesi dopo e scegliere definitivamente il Marocco.
Lo fece persino aggiornando la propria bio su Instagram, prima ancora di qualsiasi annuncio ufficiale, con una frase inequivocabile: “Giocatore della nazionale marocchina”. Attorno a quella decisione si sviluppò una sorta di derby mediatico. Giornali spagnoli e marocchini si contendevano il talento dell’esterno, ciascuno convinto che avrebbe scelto la propria Nazionale. Alla fine Abde optò per il Marocco. Eppure, ieri, quella scelta non è bastata a proteggerlo. Dopo aver partecipato, insieme ai compagni e agli avversari, all’iniziativa per Ceuta, i suoi profili social sono stati invasi da insulti e messaggi minacciosi. C’è chi lo ha accusato di aver tradito la propria patria, chi ha parlato di una “vergogna” impossibile da cancellare e chi si è spinto ben oltre. “La prossima volta che lo vedremo con la nazionale marocchina riceverà una lezione”, si leggeva in uno dei commenti. Un altro messaggio, ancora più inquietante, recitava: “Oggi vivrai con noi nel terrore, domani vivrai l’ora peggiore della tua vita”.
Ma Abde non ha lanciato una provocazione personale, né ha preso posizione contro il Marocco. Ha indossato una maglietta scelta da due squadre di calcio per manifestare solidarietà alla popolazione di una città colpita da una situazione d’emergenza. Ma per alcuni utenti è stato sufficiente il suo nome, la sua origine marocchina e il suo legame con la Nazionale nord africana per trasformare quel gesto in un caso di “tradimento”. Nelle ore successive, lo stesso calciatore ha chiarito le sue intenzioni sui social: “In nessun momento la maglietta che faceva riferimento alla popolazione di Ceuta è stata usata per scopi politici o per mostrare disprezzo per il mio popolo, quello marocchino. Si trattava di una maglietta di natura sociale, a sostegno di una popolazione e dei suoi abitanti, a prescindere dalla loro nazionalità, che stavano vivendo una situazione difficile”, ha scritto Abde in una storia su Instagram. E quindi, alla fine del proprio messaggio, una decisa sottolineatura: “Queste non sono scuse verso nessuno e chiunque voglia usarle per mettere in dubbio il mio amore per il mio paese è libero di farlo. Continuerò a vivere ogni giorno a testa alta e continuerò a rappresentare con orgoglio e sacrifici le mie radici”.