Non solo Vannacci: il rapporto tra politica e sindacati di polizia è una minaccia per l’autonomia
Il caso scoppia a Torino: il convegno sulla sicurezza urbana organizzato dal sindacato di Polizia FSP con Vannacci il 18 settembre 2026. La Questura aveva riconosciuto ufficialmente l’evento come aggiornamento professionale per il personale di polizia ma Nicola Rossiello, sindacalista del SILP-CGIL, ha sollevato una questione seria: può un’iniziativa con un politico così caratterizzato mantenere la neutralità richiesta? Il Dipartimento impone la retromarcia: niente aggiornamento e niente presenza del Questore. Ma la questione non può cominciare e finire con Vannacci.
Luca Pantanella, sindacalista dell’FSP organizzatore, ha ricordato che già il 6 novembre 2025 un analogo convegno con Vannacci era stato riconosciuto come aggiornamento professionale. Se è così, il caso di oggi mostra un’incongruenza. Rossiello ha fatto bene a sollevare un problema che viene da lontano. Da anni i sindacati di Polizia organizzano eventi di aggiornamento con politici, motivandone la presenza con le specifiche funzioni istituzionali rivestite. Ma anche Vannacci le ricopre essendo componente della Commissione sicurezza e difesa dell’Europarlamento. Per esperienza diretta so quanto sia consueto che Questori e Prefetti portino il loro saluto a questi convegni. Lo fanno spesso anche Capi della Polizia e Ministri dell’Interno.
Il Questore di Torino non può perciò avere dirette responsabilità. È semmai l’anello debole di una catena che l’Amministrazione ha lasciato formarsi negli anni, con criteri troppo elastici nel riconoscere la formazione professionale. Un sistema che ha finito per accontentare tutti: il sindacato si accredita, il personale gradisce, l’Amministrazione soddisfa parte delle esigenze formative senza doverle organizzare. Soprattutto non si contrappone sulla materia al sindacato che talvolta fa da sponda alla politica. Così la concessione diventa precedente, poi prassi che si sedimenta, fino a rendere difficile opporvisi.
Qui sta la responsabilità dell’Amministrazione centrale. Avrebbe dovuto fissare criteri uniformi e rigorosi. Ha invece lasciato consolidare una modalità sulla quale il peso sindacale ha inevitabilmente inciso, lasciando ai Questori decisioni formalmente loro ma con margini assai più stretti. Poi un caso come quello di Torino diventa visibile, con le conseguenti ricadute. E allora la domanda è inevitabile: perché una prassi tollerata per anni diventa insostenibile solo quando produce un problema? Perché lasciarla sedimentare davanti alla forza sindacale per superarla solo quando incombe un potere politico maggiore?
Un convegno così caratterizzato, per di più in una fase quasi elettorale, non può essere aggiornamento professionale della Polizia: non è solo formazione di natura tecnica. Un politico può essere competente e ricoprire una funzione pertinente ma il suo intervento resta anche politico. Vale per Vannacci come per qualsiasi altro parlamentare.
Il no di oggi è assolutamente corretto. Ma contesto i troppi sì di ieri e che solo oggi ci si sia accorti di dover dire no. In tanti anni di relazioni sindacali nell’Amministrazione ho conosciuto bravi sindacalisti, appassionati e vicini ai colleghi. Quel sindacalismo, anche quando conflittuale, è una ricchezza.
Proprio per questo osservo una metamorfosi anche all’interno del sindacato: ha certo bisogno della politica ma per confrontarsi e negoziare su contratti, salari, pensioni, organici e carriere. E proprio perché la politica è la sua controparte, deve esserne libero. Così, quando la presenza politica nelle iniziative sindacali diventa abituale e l’interlocuzione tende alla contiguità, quell’autonomia appare meno netta. E l’autonomia non basta dichiararla: deve essere evidente nei comportamenti. Chi rappresenta i lavoratori deve mostrare di rispondere a loro, non a questa o quella parte politica.
Torino rende evidente la contraddizione: la politica è entrata da tempo anche nel mondo sindacale senza suscitare particolare scandalo e il problema esplode solo quando quella vicinanza diventa troppo visibile o scomoda. Solo allora si riscoprono neutralità, formazione tecnica e confini tra politica, sindacato e Amministrazione. Ma quei confini o valgono sempre o non sono confini. Altrimenti è una grande ipocrisia.
E il sindacato, essenziale per la tutela dei lavoratori e l’equilibrio democratico, deve avere la capacità di interrogarsi su questa metamorfosi. Non per indebolirsi ma per recuperare e rendere evidente la propria autonomia perché il potere sindacale non appartiene a chi lo esercita ma ai lavoratori che glielo hanno affidato e nel cui esclusivo interesse dovrebbe essere esercitato.
La forza di un sindacato non si misura da quanto riesca ad avvicinarsi al potere ma dalla libertà che conserva, quando serve, di dirgli no. Questo ci insegna il caso Torino.