Le donne sono più resistenti degli uomini nelle ultramaratone: “Sono più brave ad adattarsi e a perseverare”
Che le donne sopportino meglio il dolore rispetto agli uomini e siano più pazienti e volitive, è certificato dalla storia universale. Un approfondimento del sito della BBC, corredato di alcuni dati scientifici, ha messo in evidenza un altro aspetto in cui il sesso femminile sembra più forte: quello della resistenza nelle ultramaratone. Alcuni recenti risultati hanno infatti documentato l’exploit delle donne in queste specialità massacranti. Nell’estate 2025, al primo e secondo posto della Montane Summer Spine Race (431 km in sei tappe), la corsa che va dal Derbyshire alla Scozia e attraversa alcuni il Peak District, i monti Pennini, la regione del Vallo di Adriano, la foresta di Kielder e le colline Cheviot, percorrendo sentieri remoti, brughiere e dislivelli importanti, hanno trionfato due donne: la britannica Anna Torp con il tempo di 84h, 56 minuti e 37 secondi e l’olandese Irene Kinnegim, seconda, che ha impiegato 90 ore, 58 minuti e 8 secondi. Al terzo posto, con un ritardo di quasi sette ore, il britannico Shane Morgan.
Lo scorso maggio, la statunitense Rachel Entrekin si è imposta nella classifica generale (uomini e donne) della Cocodona 250, in Arizona, stabilendo il nuovo record della gara con il tempo di 56 ore, 9 minuti e 48 secondi. Entrekin aveva già trionfato nelle prove femminili del 2024 e del 2025. La BBC ha rivelato che ha dormito appena 19 minuti e si è alimentata con purè di patate. “Quando ho preso il comando della corsa, mi sono chiesta ‘perché non io? e questa riflessione mi ha dato un’enorme carica. Le vibrazioni sono state importanti”, le dichiarazioni all’arrivo. Rachel ha 35 anni, è dottoressa in fisioterapia e ha iniziato a correre le ultramaratone nel 2013.
La neozelandese Sophie Woods, 42 anni, il 2 agosto 2026 ha centrato il nuovo record della Via Alpina, gara di oltre 2mila km che attraversa otto paesi: Italia, Francia, Austria, Svizzera, Slovenia, Germania, Liechtenstein e Principato di Monaco. Il tracciato si snoda per tutta la lunghezza delle Alpi, con un dislivello equivalente a scalare il Monte Everest 12 volte. La prova è iniziata il 4 luglio e il 2 agosto, dopo 29 giorni, la ultramaratoneta neozelandese ha tagliato per prima il traguardo, superando ostacoli climatici e ambientali: due ondate di calore, tempeste, uno sciame di tafani e incendi boschivi che hanno costretto a una deviazione, aggiungendo cinque chilometri e 200 metri al percorso. Woods si è alimentata con pasta e gel energetici. Ha corso dalle 15 alle 18 ore al giorno, sostenuta dal marito George, dall’amica Zoe e dalla cagnolina Nila. “L’ultramaratona si basa su preparazione, forza mentale e capacità di perseverare anche quando le cose vanno male – il suo commento -. Credo che le donne siano davvero brave a adattarsi e a perseverare”.
La scienza dà ragione alla Woods. Nelle gare di distanza fino alla maratona, si riscontra in media una differenza di prestazioni del 10-12% tra uomini e donne, ma secondo uno studio condotto da RunRepeat, in collaborazione con l’International Association of Ultrarunners, il divario di ritmo tra i sessi si riduce allo 0,25% nelle gare di 100 miglia (160,9 km) e quando si superano le 195 miglia (313,8 km) le donne si stanno rivelando più forti. Secondo il professor Andy Jones, esperto di prestazioni di resistenza presso l’Università britannica di Exeter, esistono tre possibili spiegazioni fisiologiche: metabolismo dei grassi (le donne hanno maggiori riserve di grasso e lo bruciano in modo più efficiente, ottenendo così una fonte di energia costante), muscoli (le donne possiedono fibre muscolari più efficaci nell’utilizzo dell’ossigeno) e, madre di tutte le motivazioni, resistenza alla fatica (le donne mantengono una maggiore forza anche dopo ore di esercizio).
Questa tesi è condivisa dal dottor Richard Burden, co-responsabile del settore salute e prestazioni delle atlete presso l’UK Sports Institute, il quale ritiene che sia però necessario raccogliere più informazioni prima di poter trarre conclusioni definitive: “Ci sono sicuramente alcuni adattamenti fisiologici che si riscontrano più nelle donne che negli uomini e sono favorevoli alle gare di ultra–maratona, ma questi aspetti devono essere meglio definiti e sarebbero necessari ulteriori studi”.
La dietologa sportiva Renee McGregor, specializzata in nutrizione degli atleti e salute ormonale, ritiene che la risposta provenga dal corpo femminile stesso: “Quando le donne entrano nella pubertà, si trovano a dover affrontare un sistema ormonale in continua fluttuazione. Non ce ne rendiamo mai conto, ma si tratta di una forma di resistenza particolare. Credo che sia proprio da qui che derivi gran parte della nostra resilienza. E poi ci sono i risvolti mentali legati alla vita di una donna. Se hai affrontato una gravidanza e hai sofferto di nausea, se hai avuto un bambino e hai dovuto fare i conti con la mancanza di sonno o se hai seguito un trattamento per la fertilità, devi sopportare molti disagi, ma sai di potercela fare. Penso che sia proprio questa consapevolezza a segnare la differenza”.