Cento giorni di rivoluzione dei fenicotteri: in Albania ho appreso tre lezioni dalle proteste
di Francesco Vietti*
La “Rivoluzione dei fenicotteri” in Albania ha raggiunto il traguardo dei cento giorni. Cento giornate consecutive di proteste, in cui il tradizionale xhiro (giro) dei mesi estivi in cui scende in strada per una passeggiata serale si è trasformato in un rito di valore sociale e politico: nel boulevard centrale della capitale Tirana, migliaia di persone comuni senza simboli di partito si ritrovano per sfilare e far sentire la loro voce sotto i palazzi del potere.
Se inizialmente l’obiettivo era mirato a contrastare il progetto di costruzione di un grande resort turistico in un’area naturale protetta della costa, con tutti i danni ambientali del caso (da qui il simbolo dei fenicotteri, specie migratoria che vedrebbe compromesso il proprio habitat), nel corso di questi tre mesi le proteste si sono progressivamente ampliate per denunciare la corruzione della classe dirigente che da trent’anni guida il paese e la mancanza di trasparenza dei processi decisionali che coinvolgono il governo, i cosiddetti “investitori strategici” internazionali e i capitali finanziari provenienti dalle organizzazioni criminali.
Il tutto in un paese in cui, secondo i manifestanti, il rapido e a tratti incontrollato sviluppo del settore turistico e immobiliare ha portato a un aumento delle diseguaglianze economiche e sociali: grandi ricchezze concentrate nelle mani di pochi oligarchi da un lato, e dall’altro anziani con pensioni inadeguate e giovani costretti a continuare a emigrare.
Trascorrendo a Tirana alcuni giorni insieme a studenti e colleghi dell’università, mi sembra di aver appreso tre lezioni da questa calda estate albanese.
Per prima cosa, lasciamo che siano cittadini e cittadine albanesi a raccontare quanto sta accadendo nel loro paese, disponiamoci a un ascolto rispettoso ed evitiamo di mettere su questo movimento popolare, eterogeneo e molto articolato al suo interno, un cappello ideologico posticcio mutuato dall’esterno. Abbiamo già fatto questo errore molte volte in passato, semplificando proteste altrettanto complesse sotto l’accattivante bandiera delle “rivoluzioni colorate”.
Per fortuna, oggi anche in Italia abbiamo la possibilità di leggere le diverse interpretazioni, talvolta contrastanti tra loro, che scrittrici e scrittori, intellettuali della diaspora, collettivi studenteschi e centri culturali italo-albanesi ci offrono della situazione. È questo l’esito di una storia migratoria che da decenni unisce Italia e Albania, e che ha portato la collettività albanese ad avere tutta la competenza e la capacità critica per auto-rappresentarsi e intervenire con autorevolezza nel dibattito pubblico e sui media.
Secondo aspetto, connesso al precedente: non cediamo all’idea di un “eccezionalismo” albanese, o balcanico più in generale, secondo cui tutto quanto avviene in Europa orientale è sempre il frutto di un’idea di democrazia e libertà non completamente sviluppata, meno matura e consolidata di quanto invece avviene in Occidente. Nonostante le poche miglia del canale d’Otranto, sull’Albania continua a esercitarsi una forma contemporanea di quello sguarda “orientalista” ben studiato da Edward Said, fondato sull’approccio coloniale e ulteriormente rafforzato dallo stigma che colpisce i paesi “ex” e “post” (ex-comunisti, post-socialisti).
Una condizione di infantilismo, da cui l’unica possibile forma di emancipazione parrebbe essere l’adeguamento agli “standard” europei. In realtà, quelli che emergono più chiaramente nel caso albanese sono processi che rimangono sottotraccia, ma che esistono eccome anche altrove. Sono, in realtà, emblematici del funzionamento stesso del capitalismo neoliberista ormai egemone a livello globale, in cui il mutuo interesse del potere politico e del capitale economico-finanziario rappresenta la ragion d’essere stessa del sistema.
L’Italia non è certo da meno: basti vedere quanto documentato dal Fatto e da Altreconomia sulle “opere strategiche” legate alle recenti olimpiadi invernali di Milano-Cortina.
E dunque, eccoci al terzo punto. Cosa ci resta, ora che i fenicotteri spiccheranno il volo per continuare la loro migrazioni e i cortei di protesta dovranno necessariamente trasformarsi in altro? A Tirana, c’è chi raccoglie le firme per un referendum che abroghi la legge 21/2024 che ha reso possibile attrarre investimenti turistici per edificare in deroga ai vincoli delle aree protette. In università, c’è chi prepara scioperi studenteschi e il consolidamento di nuovi soggetti politici che nelle prossime elezioni possano raccogliere il consenso di chi oggi non si sente rappresentato dai partiti che hanno dominato la scena degli ultimi decenni. Si tratta di processi che saranno lunghi e complicati, e che in realtà hanno poco a che fare con l’idea di una “rivoluzione”, e molto con il necessario, lento, quotidiano esercizio della democrazia.
Tuttavia, un’immagine rivoluzionaria l’ho vista in Albania. È quella allegra e piena di vita dei bambini che ogni sera disegnano nelle retrovie del corteo, su grandi rotoli di carta spiegati in mezzo alla strada. Per loro, in fondo, i fenicotteri rosa potrebbero anche essere unicorni o draghi, perché il mondo che hanno negli occhi è lo stesso che questa nostra umanità sogna da sempre e che, in un modo o nell’altro, non smetterà mai di cercare. Si chiama Utopia, e oggi più che mai ne abbiamo un disperato bisogno. Del resto, come ha scritto l’antropologo David Graeber, la liberazione dell’immaginario è l’unica possibilità di ogni cambiamento radicale.

*antropologo, Università di Torino