Il programma di AfD sulla scuola punta all’antico: proposte vecchie e infauste
Alle elezioni di domenica nella Sassonia-Anhalt il partito di estrema destra AfD ha sbaragliato tutti. Sta iniziando un’onda nera, un ’68 di altro colore che ci travolgerà? Allora i protagonisti erano gli spavaldi studenti che non volevano la guerra e contestavano una società autoritaria, ora toccherà agli elettori del paese più povero della Germania dare la sveglia?
Per capire qualcosa sono andato a leggere, con l’aiuto di Google Traduttore, il programma elettorale di AfD, non tutto ma a pezzi, e mi sono fatto l’idea che ci troviamo di fronte non solo a un movimento reazionario, xenofobo e razzista, ma a un più complicato movimento antisistema, anticasta verrebbe da dire, come da noi i grillini prima maniera. Una specie di partito omnibus che si propone con una forte carica etica e ideale in nome di un’antipolitica escatologica, e forse per questo ha raccolto voti in tutte le direzioni e tra tutti i ceti.
In particolare, mi sono concentrato sulle proposte riguardanti la scuola, 23 punti ben evidenziati. Ne ho avuto due impressioni. In prima battuta mi è parso di essere di fronte al programma del ministro Valditara, ma articolato con ben altra forza argomentativa. Per così dire, le idee del nostro ministro sono una vecchia Panda, mentre dall’altra parte abbiamo una Mercedes fiammante. Dall’altro è un programma sfidante, cioè che pone problemi che sono comuni a tutti i sistemi scolastici, di non facile soluzione e che interrogano anche i progressisti. Liquidare tutto come vecchio ciarpame reazionario e fascista non ci porta molto lontano.
A parte alcune proposte curiose come introdurre lo studio della lingua russa, i punti principali sono quattro: la questione della meritocrazia scolastica, quella del ruolo della scuola e del docente, la parte della famiglia nel percorso scolastico, la scuola e l’inclusione.
Sulla meritocrazia il documento esordisce affermando che “il problema è una diffusa apatia nei confronti del successo scolastico e un approccio permissivo e paternalistico all’istruzione che non motiva più l’impegno e scoraggia chi è disposto ad apprendere”. Questa descrizione potrebbe adattarsi a tutti i sistemi scolastici contemporanei. La scolarizzazione di massa ha prodotto inevitabilmente un appiattimento e un calo del rendimento scolastico. La risposta di AfD è una scuola differenziata, la famosa scuola dei talenti di Valditara, cioè una personalizzazione che dovrebbe aiutare ciascuno a trovare la sua strada, possibilmente quella dei genitori.
Stavolta però la differenziazione c’è davvero perché solo il 25% degli studenti potrà accedere ai licei e dunque all’università. In questo modo non si faranno mancare le braccia all’artigianato e alla piccola industria, un altro pallino del nostro ministro. Se questa soluzione discriminatoria è inaccettabile perché classista e falsamente meritocratica, rimane però il problema di fondo di una scolarità che punta inesorabilmente verso la mediocrità. Oggi l’insegnante esigente è considerato un guastafeste e aspramente criticato. Tutti i diritti, con il beneplacito delle istituzioni, pendono dalla parte della famiglia e degli studenti che ne approfittano ampiamente.
Sul ruolo della scuola e del docente, AfD fa una decisa marcia indietro, che a molti, docenti e genitori, può essere gradita. La scuola oggi si fa carico di molti problemi culturali e sociali che esulano dalla sua missione fondamentale. AfD vuole che la scuola rimanga fedele al suo ruolo di cinghia di trasmissione del sapere scientifico. Così il docente ritroverebbe anche la dignità sociale perduta. Quindi via molte iniziative e il docente dovrebbe diventare una specie di tecnocrate apolitico. La tesi, esplicitamente affermata ma falsa, è che la scuola attualmente sia uno strumento di propaganda della sinistra e delle sue ideologie perniciose.
Detto che questa nostalgia dell’insegnante apolitico è un relitto più che ideologico, rimane il tema di quale sia il ruolo della scuola in una società multietnica e postindustriale: una scuola che guarda solo al sapere o anche alla società?
I punti veramente critici del programma scolastico di AfD sono gli ultimi due. AfD si spinge molto in là nella sua ideologia antistatalista e vuole lasciare il percorso scolastico alla famiglia, cioè l’istruzione parentale può diventare la regola. Basta poi che lo studente o la studentessa superino un esame ogni sei mesi. Fine dell’istruzione come bene pubblico per diventare un bene familiare, oltre che privato? Direi di sì. Siamo di fronte ad una privatizzazione ideologica prima che finanziaria, quindi più pericolosa, che non ha mai prodotto nulla di buono, come l’esperienza decennale degli Usa dovrebbe insegnare.
Da ultimo, rimane il capitolo dell’inclusione scolastica. Qui il programma svela il suo lato disumano e brutale. Secondo AfD “l’esperimento dell’inclusione – ovvero l’istruzione congiunta di bambini con disabilità e bambini con sviluppo tipico, e l’abolizione delle tradizionali scuole di sostegno – è fallito completamente”. La proposta è quella di tornare alle vecchie classi differenziate, che abbiamo avuto anche in Italia dal 1923 e fino al 1977, quando sono state sostituite dall’insegnante di sostegno. In teoria erano dei percorsi che dovevano aiutare chi stava indietro, in realtà dei ghetti scolastici discriminatori di cui solo Vannacci da noi ha nostalgia.
Non so se gli elettori di AfD abbiano letto e meditato questi punti del programma. Il problema è sempre lo stesso: la destra, sia quella estremista che quella moderata, vuole mettere il vestito vecchio, fatto del prestigio dell’insegnante, dell’esaltazione del merito in quanto tale, della selezione scolastica spacciata per personalizzazione e così via, su una figura, il sistema d’istruzione, che nel frattempo è totalmente cambiata: la scuola di pochi è diventata la scuola di tutti. L’effetto delle proposte che puntano all’antico è allora patetico, grottesco e decisamente infausto per ragazzi e famiglie che sopporteranno il peso di scelte decisamente sbagliate.
Questo però non significa che i problemi sollevati dal 44% dei votanti nella Sassonia-Anhalt non siano reali. Sta ai progressisti interpretarli in termini nuovi, anche rimediando ad alcuni eccessi ideologici del passato, soprattutto quando molti ingenuamente hanno confuso le opportunità con i diritti, l’accesso universale allo studio con il diritto al successo scolastico.
Il motto con cui AfD ha vinto le elezioni è stato “Alles ist möglich”, “Tutto è possibile”. Allora è anche possibile circoscrivere a un caso infausto della storia le scelte degli elettori del minuscolo stato tedesco che, vittime della deindustrializzazione della Germania e orfani del commercio con la Russia, sono finiti non solo in fondo alla scala economica, ma anche a quella morale e dei diritti umani.