“Mladić ci ha difeso, gli siamo grati. Ora dobbiamo prenderci il Kosovo”: tra nazionalismo e negazionismo, le voci dei serbi ai funerali del boia di Srebrenica
Ivan ha vent’anni, gli occhi assonati, sulle guance un accenno di barba appena visibile. I tratti morbidi del suo volto contrastano con lo sguardo austero dell’anziano che porta stampato sulla sua maglietta nera. È Ratko Mladić, il generale serbo bosniaco morto lo scorso 27 agosto mentre scontava in carcere la condanna all’ergastolo comminatagli dal Tribunale dell’Aia per il genocidio di Srebrenica e i crimini contro l’umanità pianificati nella guerra dei primi anni Novanta in Bosnia-Erzegovina. “Vivo in Montenegro, sono partito con i miei amici in autobus la scorsa notte per assistere al funerale del generale. Non volevo mancare”, spiega il ragazzo. Nel 2005, anno in cui è venuto al mondo, i ricordi del conflitto avevano cominciato a sbiadire, o almeno questa era la tacita speranza. E quando era soltanto un bambino, si parlava già da tempo di stabilizzazione e riconciliazione tra le parti (musulmani, serbi e croati), concetti che riverberavano con sempre più insistenza nelle stanze diplomatiche in cui si cercava di fare previsioni sulla tenuta dei Paesi dell’ex Jugoslavia. Le parole di Ivan, però, dimostrano che non è necessario aver fatto personalmente esperienza di una guerra per ereditarne i semi. “Sia mio padre che mio fratello hanno combattuto in quel conflitto, sono entrambi rimasti feriti, mio fratello addirittura da allora convive con una disabilità. Dalla Serbia non ci è mai arrivato alcun sostegno. Ma Mladić ha difeso il nostro popolo e sono qui perché noi tutti gli siamo grati”.
Nel giorno dell’ultimo saluto all’ex comandante, basta guardarsi attorno per capire che il caso di Ivan non rappresenta un’eccezione. Nel fiume umano accorso davanti alla chiesa di San Luca Apostolo di Belgrado (8mila secondo i media filogovernativi), sono moltissimi i giovani volti che fanno capolino tra lo sventolio delle bandiere serbe e le fiammelle delle candele. All’ombra dei pochi alberi disponibili per ripararsi dall’afa, ragazzi a malapena maggiorenni fanno capannello con nonni e padri. Le spoglie di un singolo diventano così l’occasione per rafforzare tra migliaia una memoria che annulla il solco generazionale, per sedimentare una narrazione identitaria che si arricchisce di ricordi personali e putativi, di storie vissute e assorbite passivamente nei pranzi di famiglia. “Sono stato ferito tre volte durante quella guerra – spiega un altro uomo. Parla a voce sempre più alta, cerca di farsi sentire nonostante in sottofondo la preghiera trasmessa dagli altoparlanti sembri assorbire tutta l’atmosfera circostante. “Io non sono per la pace, sono per la guerra. Non dimentichiamoci che dobbiamo ancora andare a riprenderci il Kosovo”, conclude, mentre al suo fianco un amico annuisce in silenzio e senza scomporsi, come avesse appena ascoltato un discorso del tutto sensato.
Nel frattempo, l’arcivescovo ortodosso serbo Porfirije, dai megaschermi allestiti per l’occasione, parla di Mladić spiegando che “il suo nome rimarrà profondamente impresso nella memoria e nelle preghiere della maggior parte del nostro popolo serbo ortodosso, che prova e nutre una profonda gratitudine nei suoi confronti perché lo considera un soldato e un comandante”. In un momento “difficile e tragico, si è posto alla guida dell’esercito del suo popolo, ha portato un grande peso e una grande responsabilità. Ha fatto un sacrificio e ha dato la vita per la libertà, la difesa e la sopravvivenza del suo popolo”.
Lo stesso Paese che nel 2011, in una parentesi di democratizzazione, aveva affidato Mladić alle mani della giustizia internazionale dopo anni di latitanza, oggi versa lacrime sulla sua salma rimpatriata dall’Olanda. Rimpiange il suo lascito e rinnega la gravità dei numerosi crimini che gli sono valsi l’ergastolo e di cui, è importante ricordarlo, il genocidio di Srebrenica e il bombardamento di Sarajevo rappresentano solo due esempi di una lunga lista. Sui media internazionali, nel processo di semplificazione e appiattimento che affligge il racconto di ogni complessità, non vengono mai citate moltissime altre città bosniache in cui fu portata avanti una strategia di pulizia etnica, tra cui Prijedor, Zvornik, Višegrad, Foča, Vlasenica, Ključ, Bratunac e Sanski Most. Gli anniversari di questi eccidi non hanno mai raggiunto la notorietà mediatica. Eppure, in tutti questi luoghi, il fango del nazionalismo smosso dagli eventi degli ultimi giorni ha riaperto ferite mai cicatrizzate, mentre Belgrado ha festeggiato il raggiungimento del vero obiettivo a cui puntava, ossia rafforzare lo spirito di appartenenza all’unità serba, proprio a un passo dall’appuntamento elettorale.
E benché il corteo che ha sepolto il generale si presenti come una realtà estremamente compatta, è possibile anche incrociare qualche voce dissidente. “In questa stessa chiesa ho celebrato il funerale di mio padre cinque anni fa. Mi fa molto male che oggi sia stato organizzato quello di Mladić”, racconta Snežana Stanković, studiosa del genocidio. “Mi pare un controsenso che una chiesa renda omaggio a chi ha commesso un genocidio. Ho scritto al prete negli scorsi giorni perché mi aspetto una spiegazione”.
Mentre passeggia nel quartiere in cui è cresciuta, lo sguardo le cade sull’enorme striscione in cirillico allestito per i funerali. Recita “Benvenuto generale, ringraziamo tua madre perché ha messo al mondo l’eroe che ha restituito gloria al popolo serbo”. Leggere queste parole “mi fa tremare, perché mentre qui in molti lo celebrano, centinaia di famiglie stanno ancora cercando i propri cari. Non solo a Srebrenica. In tutta la Bosnia-Erzegovina le forze militari e paramilitari serbe perpretrarono atti di violenza contro i musulmani bosniaci: stupri di massa, torture, omicidi fotografati per intrattenimento, mentre moltissime persone rimasero in silenzio”. Secondo Stanković, “I politici e gli accademici che perseguono un’agenda nazionalista in Serbia hanno portato avanti un progetto di pulizia e annientamento. Non era populismo: era un progetto delle élite accademiche, culturali e politiche. Oggi ci sono ancora isole di luce e di speranza, come Peščanik, Krokodil e Women in Black, ma sono sempre più minacciate”.