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Da Chevron a Eni: così Big Oil si spartisce il petrolio del Venezuela dopo l’accordo tra Trump e Delcy Rodríguez

L'intesa è sottoscritta a Palazzo di Miraflores, nell'ambito della concessione di 17 campi petroliferi per cent'anni agli Stati Uniti, già rivendicata da Donald Trump come il "più grande accordo petrolifero della storia"
Da Chevron a Eni: così Big Oil si spartisce il petrolio del Venezuela dopo l’accordo tra Trump e Delcy Rodríguez
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È l’ora della spartizione, ma Chris Wright trova subito l’eufemismo e la chiama “giornata storica nella trasformazione del Venezuela“. Sbarcato ieri a Caracas, il segretario dell’Energia Usa ha coordinato la sottoscrizione di otto accordi strategici e di cooperazione energetica tra Caracas e cinque imprese straniere: Chevron, Eni, GE Vernova, Primavera e Aspect Holding. Gli accordi prevedono diverse concessioni e contratti di partecipazione produttiva in materia di idrocarburi nei settori petrolifero, petrolchimico, gasiero ed elettrico. L’intesa è sottoscritta a Palazzo di Miraflores, nell’ambito della concessione di 17 campi petroliferi per cent’anni agli Stati Uniti, già rivendicata da Donald Trump come il “più grande accordo petrolifero della storia”.

Qualche anno fa, lo stesso salone ha visto sfilare le delegazioni di Pechino che ora, vedendosi allontanate dai pozzi venezuelani, chiedono spiegazioni a Caracas. La Cina, si sa, resta il primo creditore del Paese sudamericano che provava a pagarla con petrolio. Tema spinoso, volutamente ignorato da Wright, che parla di “miliardi di dollari” in entrate per Caracas e assicura l’arrivo di “altre imprese” desiderose di apportare “capitale, opportunità e investimenti”. Ma le ambizioni Usa vanno oltre e puntano a operazioni simili “in tutto il continente americano”. “Questo è il nostro vicinato – rivendica Wright – dall’Argentina al Canada“. Il piano è quello di superare la produzione di “oltre 2 milioni di barili entro la fine del decennio”.

Sempre da Caracas, il segretario dell’Energia Usa ha rivendicato ai microfoni di Cnbc il successo del blitz eseguito il 3 gennaio della Cia, terminato con la cattura dell’allora presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Entrambi dimenticati dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez che ha già ordinato la rimozione della loro iconografia da edifici pubblici come Palazzo di Miraflores, Palazzo di Giustizia, ministeri e guarnizioni militari. La presidente volta pagina e auspica che i nuovi accordi petroliferi portino “più lavoro”, “salari dignitosi” e “servizi pubblici” come “scuole e ospedali”. Rodríguez adotta il linguaggio di Wright e parla di “trasformazione” del Paese, salutando in particolar modo gli investimenti di Chevron ed Eni. “L’impresa Chevron espande i suoi investimenti, esprimendo sinergia con l’industria petrolifera e con i lavoratori”, ha spiegato. Quanto all’Eni: “Sono stati presenti nei momenti difficili e in quelli buoni. E oggi è un buon momento per andare avanti”.

Il colosso Usa investirà 7 miliardi di dollari su Caracas con la finalità di raddoppiare la propria produzione di greggio e portarla a 600mila barili giornalieri. Eni a sua volta gestirà il blocco Junin 5, dove le operazioni hanno preso il via attraverso un contratto di partecipazione produttiva con la statale Petróleos de Venezuela. L’area contiene una riserva certificata di 35 miliardi di barili di petrolio. Ringraziando il governo statunitense, l’amministratore delegato Eni, Claudio Descalzi, ha descritto l’accordo come “un nuovo pilastro per il rilancio del settore gasiero e petrolifero nel Paese, che avviene proprio in una fase storica in cui la sicurezza energetica, basata su abbondanza di risorse e diversificazione delle vie di approvvigionamento, risulta vitale per l’equilibrio mondiale”. Prevale invece la perplessità tra sindacati e associazioni, che contestano l’opacità degli accordi sottoscritti da Caracas e l’assenza di clausole che garantiscano l’immediato recupero degli stipendi dei lavoratori. “Mentre il governo parla di utili miliardari, i lavoratori continuano a percepire stipendi da fame (da cinque a dieci dollari al giorno, ndr) e perdono sempre più potere d’acquisto”, denuncia Ana Yáñez, rappresentante dell’Unión nacional de trabajadores. “Questo accordo – ha proseguito – viola la sovranità nazionale e non tiene conto delle disposizioni costituzionali”. Insorge anche la deputata chavista Iris Varela, che denuncia la nullità dell’accordo Caracas-Washington, poiché “siglato sotto coazione“. Varela si rifà all’articolo 339 della Costituzione venezuelana e sottolinea che l’accordo “può essere revocato”. A sua volta, Juan Carlos Apitz, decano della Facoltà di scienze giuridiche e politiche dell’Università centrale del Venezuela, sostiene che “in futuro l’accordo potrà essere sottoposto ai tribunali”.

Piovono critiche anche sull’Assemblea nazionale – quasi tutta monocolore – che martedì ha approvato alla cieca l’accordo, senza aver ricevuto una bozza del documento. Neppure il Congresso Usa è al corrente dei termini dell’accordo. Cresce così la perplessità tra i Repubblicani che ora chiedono delucidazioni sull’intesa. “In Venezuela dev’essere garantito lo Stato di diritto perché gli accordi possano concretizzarsi”, ha rivendicato María Elvira Salazar, repubblicana, presidente della sottocommissione per l’Emisfero occidentale della Camera, la quale teme che prima o poi – con Trump fuori dai giochi e Rodríguez ancora al potere – “l’accordo non porti benefici ai cittadini americani”.

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