Il mondo FQ

“La conoscenza non marcia”: la battaglia per separare l’istruzione dall’industria bellica

Dai Pcto alle collaborazioni con Leonardo, MBDA e Thales, fino ai programmi di ricerca e agli incontri con le Forze armate: una petizione chiede al Parlamento di mettere un argine alla crescente integrazione tra istruzione, ricerca e Difesa
“La conoscenza non marcia”: la battaglia per separare l’istruzione dall’industria bellica
Icona dei commenti Commenti

Vietare le collaborazioni tra scuole, università e industria militare, creare organismi indipendenti che controllino accordi e partnership e garantire a studenti, docenti e ricercatori il diritto all’obiezione di coscienza. Sono i tre punti centrali della petizione popolare lanciata dalla campagna “La Conoscenza Non Marcia”, che punta a portare alla Camera una proposta di intervento legislativo per separare il sistema dell’istruzione e della ricerca dalla crescente integrazione con il settore della Difesa. A chiederlo, nel corso di una manifestazione davanti a Montecitorio a Roma, sono stati Usb, Cambiare Rotta, Osa e l’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università.

Stop alle collaborazioni con il comparto militare

Il primo obiettivo della raccolta firme, che dovrebbe partire da metà settembre, è il più radicale: vietare per legge le collaborazioni tra istituzioni scolastiche e accademiche e quello che i promotori definiscono “complesso militare-industriale”. Nel mirino c’è un vasto menù di cose che da anni accadono: progetti di ricerca e didattica con aziende produttrici di armamenti, partnership e finanziamenti, master e corsi universitari realizzati insieme alle Forze armate, attività di orientamento ma anche stage, Pcto, visite nelle basi militari e iniziative educative affidate a militari o forze dell’ordine.

“Il mondo del lavoro non si arruolerà per questa guerra – dice nel corso della manifestazione Lorenzo Giustolisi di Usb – . I lavoratori della conoscenza hanno capito che non possono essere uno strumento di riproduzione di una società che porta alla guerra”.

Una pressione che, secondo i movimenti, rischia però di passare anche attraverso il mercato del lavoro, soprattutto per chi studia discipline scientifiche e tecnologiche.

Abbiamo denunciato con tende, rappresentanze e iniziative, insieme a docenti, dottorandi e ricercatori, la complicità nelle iniziative belliche e il ricatto a cui siamo e saremo sottoposti in futuro, quando con le nostre lauree in materie Stem saremo obbligati a lavorare per l’industria bellica per evitare di rimanere disoccupati”, dice Francesca Lini di Cambiare Rotta. Diietro questa dinamica ci sono responsabilità politiche precise: “Tutti i governi che tagliano fondi all’istruzione e alla ricerca, rendendo scuole e università pubbliche schiave dei fondi e degli investimenti privati e dell’industria militare”.

Un organismo indipendente per controllare accordi e partnership

Il secondo punto riguarda invece la trasparenza. La petizione chiede che nelle scuole, negli atenei e negli enti di ricerca venga istituito un organismo indipendente di controllo e supervisione, incaricato di monitorare e rendere pubblici accordi, partnership, protocolli d’intesa e progetti che pongano questioni di carattere etico. L’organismo dovrebbe poter essere interpellato anche dagli studenti e dal personale docente e non docente, introducendo così una forma di controllo dal basso sulle decisioni prese dagli istituti e dagli atenei.

L’obiezione di coscienza per studenti e lavoratori della conoscenza

Il terzo punto è l’obiezione di coscienza. Docenti, ricercatori e personale amministrativo dovrebbero poter rifiutare incarichi o attività connesse direttamente o indirettamente al settore militare senza subire conseguenze professionali. Lo stesso diritto dovrebbe valere per gli studenti, che potrebbero sottrarsi, per esempio, a corsi, incontri o attività riconducibili alla “logica della guerra” senza penalizzazioni nel proprio percorso scolastico o universitario.

È su questo terreno che insiste Ludovico Chianese dell’Osservatorio: “C’è un’invadenza dell’elemento militare non solo come sottrazione di risorse economiche, ma come inquinamento del concetto di formazione, di studio e di crescita educativa attraverso la presenza sempre più invadente del modello militare”. Una dinamica che, aggiunge, l’Osservatorio denuncia da anni: “La Costituzione tutela la libertà d’insegnamento e i colleghi possono rifiutarsi. Noi ci sforziamo di dare a studenti, docenti e lavoratori della scuola gli strumenti per muoversi”.

Dagli atenei alle aziende della Difesa

Il documento porta come esempio gli accordi degli atenei con Leonardo, Thales Alenia Space e MBDA e richiama il Piano europeo di riarmo e il Documento programmatico pluriennale della Difesa 2025-2027, che inserisce esplicitamente gli accordi con le università tra gli strumenti della ricerca scientifica e tecnologica della Difesa. “Fino al 2039 – spiegano i promotori – sono previsti 1,5 miliardi di euro per queste attività, il 75% dei quali destinato a programmi di cooperazione”.

Una saldatura tra ricerca, università e industria che, sostengono, non è più soltanto teorica. “È un modello già visibile in diversi territori – spiega Osvaldo Costantini – A Torino la “Cittadella dell’Aerospazio” mette insieme Leonardo e Politecnico nell’ambito di un ecosistema dedicato anche alle tecnologie dual use, utilizzabili cioè sia nel settore civile sia in quello militare”. Nel Lazio il Rome Technopole riunisce università, istituzioni e grandi imprese come Leonardo, Thales Alenia Space e MBDA. “A questi si aggiungono programmi Nato, tirocini nei comandi militari, collaborazioni con la Marina e iniziative universitarie”.

La presenza dei militari entra anche nelle scuole

Ma la contestazione non riguarda soltanto i laboratori e la ricerca accademica. Secondo l’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università, la presenza delle Forze armate entra sempre più spesso anche nella didattica: progetti sulla legalità o sul cyberbullismo affidati a personale militare, visite nelle caserme, cerimonie dell’alzabandiera, Pcto, attività di orientamento e iniziative di reclutamento. Tra gli esempi citati ci sono corsi scolastici tenuti da personale Nato e US Navy e moduli Stem promossi da Leonardo attraverso grandi gruppi dell’editoria scolastica.

Ed è proprio la scuola il terreno sul quale, secondo Tommaso Marcon di Osa, questa trasformazione diventa più evidente. L’apparato militare sta entrando prepotentemente, a partire dalle linee guida, in cui eserciti e imperialismo diventano valori cardine. Ma è anche una trasformazione materiale: i corsi di orientamento in uscita nelle scuole vengono fatti presentando le carriere in divisa, la carriera militare viene proposta a una generazione che non ha prospettive. Per Marcon il nodo è anche economico: “Si sta impoverendo l’offerta didattica, anche a livello materiale, mentre cresce la spesa militare. Dobbiamo portare la nostra battaglia nelle scuole”.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione