Il mondo FQ

Tapis roulant antigravità e capsule per l’ossigenoterapia: così il Johor domina in campionato e non perde dal 2021

Cinque anni, quattro stagioni intere senza perdere e, soprattutto, 111 partite di Super League: il club ha costruito un vero e proprio dominio nel suo Paese
Tapis roulant antigravità e capsule per l’ossigenoterapia: così il Johor domina in campionato e non perde dal 2021
Icona dei commenti Commenti

Ogni dominio ha una soglia oltre la quale smette di impressionare e comincia a sembrare irreale. Il Johor Darul Ta’zim lo ha superato da tempo. In Malesia la sconfitta, per i Southern Tigers, è diventata quasi un reperto archeologico: l’ultima in campionato risale al 24 aprile 2021, 0-1 contro il Terengganu. Messi giocava ancora nel Barcellona. Da allora sono passati cinque anni, quattro stagioni intere senza perdere e, soprattutto, 111 partite di Super League.

Il 21 agosto il JDT aveva già scritto il proprio nome nel libro dei record battendo 3-0 il Kuching City: 109 gare senza sconfitte, una in più delle 108 dell’ASEC Mimosas, la squadra ivoriana che aveva custodito il primato dal 1994 (la serie era cominciata nel 1989). A quel punto il bilancio della serie malese era quasi irreale: 100 vittorie e appena nove pareggi. Poi il Johor ha anche fatto di più, continuando la corsa: 9-0 al Kelantan Red Warrior, 7-0 allo Star City. Oggi la striscia è a 111, con 102 vittorie e nove pareggi. E la nuova stagione è iniziata con i soliti ritmi da schiacciasassi: 3 partite, 19 gol fatti, 0 subiti.

La scena più simbolica, però, era arrivata già a maggio. Per eguagliare le 108 partite dell’ASEC, il JDT doveva evitare la sconfitta contro il Kelantan The Real Warriors. Risultato: ha vinto 14-1. Otto gol nel primo tempo, sei nel secondo, sei personali di Bergson da Silva: la più larga vittoria nella storia della Super League malese.

Ma il record non nasce in una notte. Tutto comincia nel 2013, quando Tunku Ismail, principe ereditario e oggi reggente dello Stato di Johor, raccolse l’appello di alcuni tifosi che gli chiedevano di salvare un calcio locale fermo da anni, premendo il tasto start di una trasformazione industriale. Nel 2014 arrivò il primo titolo dell’era JDT, nel 2015 la AFC Cup, primo trofeo continentale vinto da un club malese; poi altri undici campionati di fila. Dodici titoli consecutivi, 35 trofei della prima squadra dal 2013 e, quest’anno, persino il primo quarto di finale della storia del club nella Champions League asiatica Elite.

Intorno alla squadra è cresciuto un ecosistema che sembra arrivare da un altro campionato. Il Sultan Ibrahim Stadium, inaugurato nel 2020, è costato circa 200 milioni di ringgit – poco meno di 43 milioni di euro – e può ospitare 40mila persone. Non solo: il centro sportivo dispone di tapis roulant antigravità e capsule per l’ossigenoterapia; un nuovo complesso prevede sette campi e una struttura indoor e persino gli spazi riservati agli ospiti sono disseminati di messaggi studiati per ricordare agli avversari dove sono entrati.

Tunku Ismail lo ha spiegato con una frase che assomiglia al manifesto del club: “Non inseguiamo i record, inseguiamo gli standard“. Anche Xisco Muñoz, ex allenatore del Watford, insiste sullo stesso punto: il primato, ha detto, è il prodotto di dodici anni di sviluppo, investimenti e fiducia nel progetto. Il ceo Luis García, ex Liverpool e campione d’Europa nel 2005, conosce invece anche il rovescio della medaglia: “Tutti vogliono batterti e trattano ogni partita come una finale”.

Il problema è che, in Malesia, quasi nessuno riesce più a farlo. E qui il record diventa anche una domanda: quanto può diventare forte una squadra prima che sia il campionato, più che lei, a sembrare debole?

La distanza è anche economica e strutturale. Mentre il Johor costruisce strutture da Premier League, il calcio malese sta ancora combattendo con un problema molto meno glamour: gli stipendi arretrati. La Malaysian Football League ha introdotto pienamente il proprio fair play finanziario e punta ad azzerare i mancati pagamenti entro il 202728, rafforzando nel frattempo i controlli sulla sostenibilità finanziaria dei club.

Il JDT non è responsabile delle fragilità altrui, naturalmente. Ma il contrasto aiuta a capire perché la sua superiorità abbia assunto dimensioni quasi geologiche. Eppure sarebbe ingeneroso ridurre tutto alla povertà degli avversari. Ad aprile il Johor ha raggiunto per la prima volta i quarti della Champions asiatica, eliminando i giapponesi del Sanfrecce Hiroshima, ed è uscito soltanto 2-1 contro l’Al Ahli campione in carica. Ad agosto, poi, ha pareggiato 3-3 in amichevole contro il Chelsea: Arif Aiman portò avanti i malesi, Bergson segnò il 3-2 a quattro minuti dalla fine, prima dell’autogol che salvò gli inglesi. Il dominio domestico, insomma, sta cominciando a produrre credibilità anche fuori dai confini.

Ora il Johor punta al tredicesimo campionato consecutivo. Ma la domanda più affascinante non è quando perderà: prima o poi succederà. È cosa accadrà quel giorno. Perché dopo cinque anni e 111 partite, in Malesia una sconfitta del JDT non sarà più soltanto un risultato. Sarà una notizia da prima pagina, quasi un’eclissi: tutti sanno che può accadere, ma ormai nessuno ricorda più com’è fatta.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione