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Lindsay Clancy ha strangolato i tre figli: giuria in stallo. E il processo che divide gli Usa riapre il dibattito sulla salute mentale delle mamme

Cora, Dawson e Callan, avevano 5, 3 anni e otto mesi quando la madre, infermiera di ostetricia, li ha uccisi nel seminterrato di casa nel 2023. Lei ha tentato di togliersi la vita, ma è sopravvissuta. La giuria, come gli Stati Uniti, sono divisi. In Italia ogni anno ci sono tra i 350 e i 700 casi di psicosi post-partum. Ma la metà delle sofferenze psichiche dopo la gravidanza resta invisibile
Lindsay Clancy ha strangolato i tre figli: giuria in stallo. E il processo che divide gli Usa riapre il dibattito sulla salute mentale delle mamme
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La storia è quella di una tragedia, con la madre che compie l’orrore più insondabile. Uccide i suoi figli. Li strangola con tre fasce elastiche da ginnastica uno ad uno nel seminterrato di casa. Cora, Dawson e Callan, avevano rispettivamente 5 anni, 3 anni e otto mesi. Lei è Lindsay Clancy, ex infermiera di ostetricia: oggi ha 36 anni, all’epoca dei fatti – il 24 gennaio 2023 – tre di meno e vari tentativi di ricovero e farmacologici per uscire da pensieri suicidi, insonnia. Forse anche psicosi post-partum. Nel 2022 aveva iniziato un programma di cura proprio per la depressione insorta dopo la nascita dei bimbi. Dopo avere compiuto il triplice omicidio si è tagliata i polsi e il collo e si è gettata dal secondo piano. Ha cercato la morte, quella che aveva appena dato, senza trovarla. È rimasta paralizzata dalla cinta in giù. Davanti al giudice, in aula, si è presentata sempre così: sulla sedia a rotelle, con lo sguardo fisso, in perenne silenzio e impassibile, ripresa di profilo dalle telecamere in un processo che negli Stati Uniti è stato trasmesso in diretta streaming e ha richiamato grande attenzione mediatica, riaccendendo il dibattito sulla salute mentale materna. Il caso ha inoltre provocato profonde divisioni nell’opinione pubblica riguardo alla colpevolezza della donna e alle problematiche psicologiche e psichiatriche nel periodo successivo al parto.

Il processo e lo stallo dei giurati

Al processo che si è svolto dal 27 luglio al 27 agosto a Plymouth, Massachusetts, lei ha deciso di non deporre, ma lo hanno fatto tanti altri: il marito, Patrick, il padre dei suoi figli da cui poi ha divorziato. La madre, la suocera, la tata. È rimasta sempre con gli occhi bene aperti, le mani in grembo, a fissare l’aula, chi interveniva. Si è commossa solo quando l’accusa ha mostrato le foto dell’autopsia dei suoi bambini. I suoi legali sostengono che avesse udito una voce che le intimava di uccidere i figli per poter poi porre fine alla propria vita, perché senza di lei non sarebbero stati al sicuro. L’accusa sostiene invece che avesse deliberatamente mandato il marito a sbrigare delle commissioni per farlo allontanare da casa, e ha messo in dubbio la gravità del suo tentativo di suicidio. La giuria, oggi, non riesce a decidere un verdetto unanime. Ed è in stallo. Per la seconda volta in due giorni, i giurati hanno comunicato di non essere in grado di raggiungere una decisione e sono stati esortati dal giudice William Sullivan a continuare le deliberazioni in camera di consiglio, ormai giunte alla trentesima ora. Ma lo stallo agita lo spettro di un annullamento del processo.

Clancy si è dichiarata non colpevole delle accuse di omicidio di primo grado, che riconosce l’aggravante della premeditazione e prevede l’ergastolo. Ha dichiarato di essere materialmente responsabile della morte dei suoi figli, sostenendo però l’infermità mentale dovuta a una grave psicosi post-partum. Se la giuria dovesse ritenerla penalmente responsabile delle sue azioni, potrebbe condannarla per omicidio volontario o per omicidio colposo. In caso di assoluzione, un giudice potrebbe comunque disporne il ricovero in una struttura psichiatrica, qualora una valutazione ne accertasse la pericolosità per la collettività. I giurati hanno ascoltato le testimonianze di familiari e medici riguardo al deterioramento della salute mentale di Clancy nei mesi precedenti i fatti e alle cure a cui era stata sottoposta. Gli esperti medici incaricati dall’accusa e dalla difesa sono giunti a conclusioni nettamente divergenti circa il suo stato psichiatrico al momento dell’uccisione dei figli. Il 24 gennaio 2023 arriva in ospedale e, secondo i sanitari, è sufficientemente consapevole per autorizzare l’intervento chirurgico che la riguarda e chiedere che le decisioni sulla sua salute le prendano i genitori e non più il marito. Qualche giorno dopo, allo psichiatra forense chiede dove si trovi la sua famiglia. I due figli più grandi erano morti sul colpo, il piccolo è deceduto tre giorni dopo in ospedale.

In alcune interviste, Patrick Clancy ha dichiarato di perdonare la sua ormai ex moglie, considerandola una persona malata piuttosto che malvagia. Mercoledì, Clancy ha osservato la giuria con espressione impassibile mentre Sullivan spiegava all’aula che i giurati si trovavano in una situazione di stallo: un segnale che indica una crescente probabilità di una giuria divisa e della conclusione del processo senza un verdetto. Sullivan ha esortato i giurati a non abbandonare le proprie convinzioni pur di raggiungere una decisione, invitandoli però a valutare seriamente le opinioni opposte e a riesaminare le proprie posizioni, se opportuno. Nessuno può garantire, ha affermato, che un’altra giuria sarebbe “più intelligente, più imparziale o più competente di voi nel decidere il caso”. Se alla fine la giuria non dovesse raggiungere un accordo sul verdetto, il giudice potrebbe dichiarare l’annullamento del processo (mistrial). L’accusa dovrebbe quindi decidere se sottoporre nuovamente Clancy a processo, far cadere le accuse o tentare di negoziare un patteggiamento con il suo avvocato.

Le difficoltà psicologiche delle mamme in Italia: cosa dice il Ministero della Salute

Il caso di Lindsay Clancy solleva interrogativi gravosi sull’assistenza alle mamme dopo il parto e riapre il dibattito su un tema che, al netto di eventuali e drammatici casi di cronaca, resta per lo più nascosto, negato, silenzioso. Un caso simile, seppure con esiti diversi, si era verificato a Catanzaro ad aprile, quando una mamma di 46 anni si è buttata dal terzo piano della sua casa coi suoi tre figli di 6 anni, 4 anni e 4 mesi. Solo la più grande, dopo 4 mesi di cure e delicatissime operazioni chirurgiche, è tornata a casa. I fratelli e la madre sono morti. Il Corriere della Sera ricorda i numeri del Ministero della Salute: secondo le stime, “sono circa 90 mila le donne che ogni anno soffrono di depressione post-partum, sottolineando che nel 50% dei casi non viene diagnosticata in tempo, motivo per cui i dati ufficiali tendono a sottostimare il fenomeno”. Quello che al processo di Clancy è stato dibattuto, è che l’imputata soffrisse – nonostante il ricorso ai farmaci, le domande ai sanitari e i ricoveri – di psicosi post-partum, una condizione più rara, ma estremamente più grave, con sbalzi di umore violenti e profondi. In Italia, scrive il Corriere, si stima colpisca tra le 350 e le 700 donne all’anno “con sintomi come irritabilità, sbalzi d’umore e insonnia, fino alla manifestazione di mania, depressione o una combinazione di entrambe“.

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