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Caso del rider pakistano a Lecce: la gogna social interroga l’etica dell’informazione

Spetterà agli organi competenti stabilire come siano andate le cose, ma il punto è un altro: nel tempo necessario a fare questi accertamenti, il processo era già stato celebrato
Caso del rider pakistano a Lecce: la gogna social interroga l’etica dell’informazione
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C’è una lezione che dovremmo imparare tutti dall’ultima vicenda che ha coinvolto un noto imprenditore salentino e un rider pakistano a Lecce.

In un primo momento, la narrazione mediatica appariva chiara e cristallina: un imprenditore avrebbe deliberatamente investito con il proprio Suv la bicicletta di un rider, distruggendola e impedendogli di lavorare. Una ricostruzione che, rilanciata rapidamente dalla stampa locale e nazionale sulla base di testimonianze e dichiarazioni raccolte nelle prime ore successive all’accaduto, ha immediatamente suscitato indignazione e rabbia.

A rendere ancora più esplosiva la vicenda è stato il fatto che il rider fosse di origine pakistana. Nel giro di poche ore il caso ha assunto inevitabilmente una connotazione sociale e politica, favorendo una violentissima reazione online. Sui social sono comparsi insulti, accuse, appelli al boicottaggio dell’attività commerciale e inviti a colpire economicamente l’imprenditore.

Il problema è che, nel frattempo, la verifica dei fatti non era ancora terminata.

Nei giorni successivi sono emersi altri elementi, comprese immagini provenienti dai sistemi di videosorveglianza e ulteriori ricostruzioni difensive. Secondo queste nuove versioni, l’episodio avrebbe avuto caratteristiche molto diverse rispetto a quelle inizialmente raccontate: non un gesto deliberato, ma un urto accidentale durante una manovra, seguito peraltro dalla disponibilità a risarcire il danno.

Naturalmente spetterà agli organi competenti stabilire definitivamente come siano andate le cose. Ma non è questo il punto. Il punto è un altro: nel tempo necessario a fare emergere ulteriori elementi, il processo era già stato celebrato. Non nelle aule di giustizia, ma nelle piazze digitali, come è già successo in tante altre occasioni. E lì la sentenza era stata pronunciata molto prima dell’accertamento dei fatti.

La vera questione, anche in questo caso, riguarda il rapporto sempre più problematico tra informazione, social media e opinione pubblica.
Per decenni il giornalismo professionale ha svolto una funzione fondamentale: filtrare, verificare, confrontare le fonti per offrire ai cittadini una rappresentazione dei fatti quanto più possibile completa e pluralista. Oggi, invece, la pressione della velocità, dell’audience e dell’engagement rischia sempre più spesso di comprimere proprio quella fase di verifica che dovrebbe costituire il cuore stesso dell’attività giornalistica.

Quando una notizia viene pubblicata senza il necessario contraddittorio, quando le fonti non vengono adeguatamente controllate, quando una ricostruzione parziale viene presentata come una verità definitiva, il rischio è enorme. I social media trasformano immediatamente qualsiasi racconto in un tribunale permanente, dove migliaia di persone emettono sentenze senza conoscere gli atti, senza ascoltare le parti e senza attendere alcuna verifica.

La gogna digitale è particolarmente insidiosa perché non colpisce soltanto l’interessato: colpisce la sua famiglia, i collaboratori, i dipendenti, i clienti e la reputazione costruita in anni di lavoro. E tutto questo può accadere in poche ore, sulla base di informazioni ancora incomplete o addirittura errate, come sembrerebbe essere successo in questo caso.

Non si tratta di negare il diritto di cronaca. Al contrario, proprio perché il diritto di cronaca è essenziale in una società democratica, esso richiede una crescente assunzione di responsabilità. Le nuove tecnologie hanno moltiplicato la capacità di diffondere informazioni, ma non hanno eliminato il dovere di verificarle, anzi, lo hanno reso ancora più importante.

Per questo motivo la vicenda leccese dovrebbe interrogarci tutti, indipendentemente da come si concluderà. Perché oggi è toccato a un semplice imprenditore e in futuro potrebbe quindi toccare a chiunque.

La vera emergenza culturale del nostro tempo non è dunque la mancanza di informazioni: è l’assenza del dubbio. Abbiamo progressivamente sostituito la verifica con la reazione social suscitata da una notizia e la ricerca della verità con il bisogno di prendere posizione immediatamente. Ma una società che rinuncia al dubbio finisce inevitabilmente per rinunciare anche alla giustizia.

Il primo antidoto alle gogne online consiste proprio nel recuperare ciò che stiamo perdendo: il valore delle competenze, la serietà delle verifiche e la professionalità di chi li accerta prima di raccontarli. In una parola, occorre recuperare la cultura della responsabilità e forse anche della prudenza. Perché la verità richiede tempo. La gogna, invece, corre sempre più veloce.

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