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Iraq, i primi cento giorni del governo al-Zaidi: impegni ancora da realizzare

Rispetto a un quadriennio, un periodo di poco più di tre mesi è troppo breve per dare un giudizio definitivo. Ma, secondo un’analisi di Amnesty International, fin qui è stato fatto davvero poco
Iraq, i primi cento giorni del governo al-Zaidi: impegni ancora da realizzare
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Sono trascorsi cento giorni dal lancio del programma ministeriale 2026-2029 da parte del nuovo primo ministro iracheno Ali al-Zaidi: un programma ambizioso, che prometteva la fine dell’impunità per le violazioni dei diritti umani, il rispetto delle libertà fondamentali, la valorizzazione del ruolo della società civile e il pieno riconoscimento dei diritti delle donne e delle ragazze.

Rispetto a un quadriennio, un periodo di poco più di tre mesi è troppo breve per dare un giudizio definitivo. Ma, secondo un’analisi di Amnesty International, fin qui è stato fatto davvero poco.

Presentata in parlamento ormai dieci anni fa, la legge sulla violenza domestica non è stata ancora approvata mentre fanno sentire i loro effetti gli emendamenti al Codice sullo statuto personale, entrati in vigore nel 2025, che compromettono ulteriormente l’uguaglianza delle donne e delle ragazze di fronte alla legge.

Giornaliste e giornalisti, le persone attiviste e quelle che difendono i diritti umani continuano a subire minacce, aggressioni e persecuzioni giudiziarie. Si fa sempre più ricorso alle norme sui “contenuti indecenti” per punire l’informazione indipendente e ai cosiddetti “mandati d’arresto in sonno”, emessi anni fa e improvvisamente eseguiti nei confronti di manifestanti pacifici. A giugno e luglio le proteste contro i blackout elettrici nella città meridionale di al-Kut sono state represse con violenza.

Era stata promessa un’indagine sull’assassinio dell’attivista Yanar Mohammed, uccisa a Baghdad il 2 marzo di quest’anno, ma non se n’è ancora fatto nulla. Per non parlare della ricerca della verità e della giustizia per i massacri del 2019 contro il movimento Tishreen.

Per quanto riguarda il sistema giudiziario, un grosso problema resta quello dell’irregolarità dei processi. Migliaia di persone condannate a morte per reati di terrorismo rischiano l’esecuzione. Nelle carceri la situazione è sempre critica, tra sovraffollamento, servizi igienico-sanitari inadeguati e diniego o ritardato accesso alle cure mediche. Di almeno 643 persone, arrestate dieci anni fa nel corso di operazioni militari contro il gruppo armato Stato islamico nella provincia di Anbar, non si è più saputo nulla.

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