Una targa ai piedi di una statua di don Milani finisce in tribunale: “Quell’inno all’anticomunismo non lo rispecchia”
Una frase ai piedi della statua di don Lorenzo Milani finisce in tribunale. “Va rimossa, è falsa e non rispecchia il pensiero del priore di Barbiana e autore insieme ai suoi allievi del best seller Lettera a una professoressa”, ha dichiarato Flavia Milani Comparetti. La nipote di don Milano, insieme alla fondazione e all’amico Pietro Ichino, ha presentato un ricorso cautelare al tribunale di Lucca per la rimozione della targa dalla scultura commemorativa in Garfagnana. Si tratta di un inno all’anticomunismo che il priore avrebbe rivolto ad Alessandro Mazzerelli, ex socialista ed esponente del Pdl, e recita così: “Il comunismo è la mediazione e l’organizzazione politica di ogni male, al fine di consentire a una classe dirigente parassitaria e brutale la gestione di ogni forma di potere sulle spalle degli ultimi”.
Nel ricorso si sostiene che la frase incisa sulla lapide contestata non può essere considerata “come una sintesi, neppure approssimativa, neppure parziale, del suo pensiero e del suo insegnamento. Ne consegue che quella frase, anche se si potesse dimostrare (ma non si può) che sia stata effettivamente da lui pronunciata, non potrebbe mai essere proposta come rappresentativa, né tantomeno emblematica, dell’eredità culturale spirituale dei priori di Barbiana”. La targa è stata apposta dal sindaco Mario Puglia, alla guida di una giunta di destra, ai piedi della statua che il Comune di Vagli di Sotto (una cittadina di meno di mille abitanti nel cuore della Garfagnana) ha voluto dedicargli.
Il monumento si trova nel Parco dell’Onore e del Disonore, un luogo che già dal nome sembra fatto apposta per alimentare la discussione: più di venti statue di marmo raccontano personaggi famosi e controversi. Ci sono, per dire, Vladimir Putin e Donald Trump. E presto, annuncia il Comune, arriverà anche Silvio Berlusconi. A Barbiana qualcuno sorride amaramente: viene da chiedersi se sia peggio, per don Milani, essere messo accanto allo zar russo e all’ex presidente del bunga bunga oppure ritrovarsi attribuita una frase che i suoi ex allievi sostengono che non gli appartenga.
Il caso però non è più soltanto una polemica politica o una disputa sulla memoria, ma è diventato una questione giudiziaria. La Fondazione don Lorenzo Milani ha deciso infatti di portare il Comune di Vagli in tribunale. Prima aveva chiesto formalmente la rimozione della targa, ma il sindaco Puglia ha deciso di non rimuoverla dopo aver sottoposto la questione al consiglio comunale. E così, il 31 luglio, la statua è stata inaugurata. Alla cerimonia erano presenti anche alcuni esponenti di primo piano della destra toscana, dall’ex senatore Massimo Mallegni a Jacopo Maria Ferri.
Infine, altra ferita lamentata dagli ex allievi del priore, il 23 agosto il gruppo della Fiamma Tricolore di Vagli ha organizzato la benedizione della statua con un prelato ortodosso perché nessun prete cattolico della diocesi di Lucca si è prestato a benedirla. Dall’estrema destra, sessant’anni fa, quando don Milani scrisse la lettera ai cappellani militari contro la guerra, insultarono il priore. E a Barbiana calò un clima di paura. Furono i montanari, i padri dei regazzi della scuola del priore, che di notte montarono una guardia dai pericoli di gesti inconsulti contro don Milani. Lo Specchio, settimanale di destra, definì il priore come il “prete rosso”, l’amico dei comunisti. E ora, contro questo rovescio della storia e della memoria storica, si batte il ricorso della fondazione don Milani e della sua nipote, in quanto erede. Ora la parola al giudice.