“Vogliamo capire se c’erano elementi per salvarla”, la famiglia di Tania Terrin chiede gli atti del Codice rosso
La famiglia di Tania Terrin – la 39enne strangolata dall’ex fidanzato poi morto suicida, vuole capire se, prima della sua morte, ci fossero già tutti gli elementi per prevedere il pericolo che correva. Dino Keber era stato denunciato da altre donne che poi avevano ritirato la querela, cosa che invece non aveva fatto Terrin. L’avvocato Massimo Pavan ha chiesto di poter accedere al fascicolo aperto dalla Procura nell’ambito del Codice rosso dopo le denunce presentate dalla 39enne contro Keber. Tania è stata uccisa a Camponogara, nel Veneziano, la sera di Ferragosto. Il suo ex, 43 anni, è stato trovato morto poco dopo nella propria abitazione di Dolo: lo hanno trovato impiccato. Probabilmente con la corda che mostrava alla donna per manipolarla e impietosirla come raccontato dalla madre della vittima.
Le denunce
La richiesta della famiglia punta soprattutto a ricostruire cosa fosse stato segnalato alle autorità prima del femminicidio e quali provvedimenti fossero stati adottati. In alternativa all’accesso agli atti, il legale ha chiesto di poter entrare nell’abitazione di Tania, tuttora sotto sequestro, per recuperare una copia delle denunce presentate dalla donna. L’obiettivo, spiega il legale, è verificare “se vi fossero contenuti gli elementi che avrebbero potuto salvarla”. È una domanda che si inserisce in una vicenda nella quale il rischio per la 39enne era già emerso nei mesi precedenti.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Keber aveva già aggredito Tania. Dopo quell’episodio, la donna aveva deciso di interrompere la relazione. Il 18 aprile, però, l’ex compagno avrebbe tentato nuovamente di strangolarla. Tania era stata accompagnata in ospedale, dimessa con una prognosi di due giorni e aveva poi presentato una denuncia. Nei confronti dell’uomo era scattato un ammonimento del questore di Venezia. Nonostante il provvedimento, secondo quanto emerso dalle indagini, le condotte persecutorie sarebbero proseguite, anche se la situazione sembrava apparentemente essere rientrata e c’erano stati dei controlli da parte dei carabinieri.
Strangolata, ma non aveva segni di difesa
Intanto proseguono gli accertamenti medico-legali. Dalla prima autopsia sul corpo di Tania è emerso che la donna è morta per strangolamento. L’esame ha evidenziato la frattura dell’osso ioide, compatibile con una forte pressione esercitata sul collo, probabilmente con entrambe le mani. Erano presenti anche segni ed escoriazioni sul collo e sul volto. L’esame autoptico, però, non avrebbe evidenziato sugli avambracci della donna i graffi e le contusioni normalmente associati ai tentativi di difendersi da un’aggressione. “Non sono state rilevate nell’esame le tipiche ferite di chi lotta per difendersi, cioè graffi e contusioni agli avambracci, che si portano al volto e al collo per proteggersi”, ha spiegato Pavan.
Un elemento che, al momento, apre diverse possibilità. “Non sappiamo se sia accaduto perché l’aggressione è stata fulminea e non ha potuto reagire o se la mancanza di riflessi di difesa sia stata causata da sostanze che ne hanno inibito la reazione”, ha aggiunto il legale. Per questo assumono particolare importanza anche gli esami tossicologici. Nell’abitazione di Tania sono stati trovati due bicchieri che saranno analizzati per verificare la presenza di eventuali sostanze. I risultati potranno contribuire a chiarire le condizioni della donna nelle ore precedenti alla morte. Un altro tassello arriverà dall’autopsia sul corpo di Keber.