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Il fisco regionale cambia senza l’intesa delle autonomie. E tutto è regolare

Il decreto che ridisegna i tributi regionali e locali è in vigore dal 12 agosto. L’intesa con Regioni, Comuni e Province, che la legge prescrive, non è mai arrivata: il 28 luglio la Conferenza unificata l’ha negata e il giorno dopo il Governo ha deliberato di andare avanti. Lo schema era alle Camere da tredici mesi
Il fisco regionale cambia senza l’intesa delle autonomie. E tutto è regolare
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La riforma fiscale del 2023 si attua per decreti del Governo. Quando toccano i tributi delle Regioni e dei Comuni, la legge impone un passaggio in più: prima il Governo deve cercare un accordo — un’intesa — nella Conferenza unificata, la sede istituzionale in cui Stato, Regioni, Comuni e Province si siedono allo stesso tavolo.

Il 28 luglio la Conferenza si è riunita in seduta straordinaria con due schemi all’ordine del giorno. Su uno, che riguarda imposte sui redditi, successioni, Iva e accise, l’intesa è arrivata. Sull’altro, sui tributi regionali e locali, no. Stessa seduta, stesso tavolo, stessi interlocutori, ma esiti opposti.

Le Regioni hanno espresso “mancata intesa”: l’assenso era condizionato a quattro emendamenti senza impatto finanziario e l’unanimità non si è raggiunta per la contrarietà di Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Toscana e Sardegna. “Mancata intesa” hanno espresso anche l’Anci, l’associazione dei Comuni, per le criticità sul finanziamento del trasporto pubblico locale nelle aree metropolitane, e l’Upi, quella delle Province, per l’assenza di una compartecipazione dinamica all’Irpef.

Il Governo osserva che la mancata intesa è stata sancita pur a fronte dell’orientamento favorevole della maggioranza delle Regioni, ma in quella sede l’assenso si forma con il consenso distinto di due gruppi, quello regionale e quello dei Comuni e delle Province: i sì contati in un gruppo non compensano i no dell’altro.

Lo schema del decreto sui tributi locali era stato trasmesso alla Conferenza il 30 maggio 2025. Il 30 luglio 2025 il punto, già all’ordine del giorno, è stato rinviato su richiesta dell’Anci. Fra la seconda riunione tecnica, del 29 luglio 2025, e la terza, del 20 luglio 2026, passano quasi dodici mesi. Poi tutto si comprime in otto giorni: riunione tecnica il 27, proposte emendative del Ministero il 27 e ancora il 28, seduta e mancata intesa il 28.

Il giorno dopo il Consiglio dei ministri, con deliberazione motivata, ha deciso di proseguire nell’esercizio della delega. La seduta è durata tre minuti.

La deliberazione motiva sulla prossima scadenza della delega al 29 agosto, ma la scadenza che stringeva era un’altra, e i Servizi studi di Camera e Senato l’avevano scritta nel dossier del giugno 2025: il Pnrr voleva in vigore tutti gli atti necessari al federalismo fiscale entro il primo trimestre del 2026. Quel termine era scaduto da quattro mesi.

C’è poi la sequenza. La legge delega dispone che, per gli schemi che toccano regioni ed enti locali, la trasmissione alle Camere abbia luogo dopo l’acquisizione dell’intesa: le autonomie parlano prima, perché il Parlamento possa tenerne conto. Qui lo schema è arrivato al Senato il 18 giugno 2025, diciannove giorni dopo essere stato mandato alla Conferenza, con termine per il parere al 18 luglio. Il 15 luglio la Commissione Finanze acquisiva le memorie dell’Anci e dell’Upi: dodici mesi e mezzo prima che le stesse associazioni negassero l’intesa. I pareri, favorevoli con osservazioni e condizioni, sono arrivati il 3 e il 4 agosto 2026, l’ultimo lo stesso giorno dell’approvazione definitiva.

La deliberazione dà atto che si è agito “in attuazione del principio di leale collaborazione”. Nella forma è vero: il confronto c’è stato, gli emendamenti sono stati trasmessi, il dissenso è a verbale, ma la Corte costituzionale chiede meccanismi di superamento delle divergenze fondati sulla reiterazione delle trattative ed esclude che in caso di mancata intesa possa essere decisiva la volontà di una sola delle parti. Fra la divergenza e il superamento, qui, è passato un giorno.

Resta il merito. Dal 2027 quattro trasferimenti statali alle Regioni sono soppressi e sostituiti da una quota del gettito Irpef. Il più grande, di gran lunga, è il fondo nazionale per il trasporto pubblico locale: 5.259,6 milioni l’anno, su 5.827,6 complessivi. Oggi quei soldi arrivano con quel nome e quella destinazione, mentre dal 2027 arriveranno come percentuale d’imposta, senza vincolo, e i Comuni dovranno chiederli alle Regioni. Se l’Irpef rende più del previsto, le risorse eccedenti “restano acquisite al bilancio dello Stato”.

La sostituzione dei trasferimenti con entrate proprie doveva funzionare dal 2013. La Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, nel dicembre 2024, ha parlato di “una desolante stagnazione”. La percentuale di Irpef sarà fissata con un decreto del Presidente del Consiglio entro il 31 dicembre 2026, d’intesa con la Conferenza unificata; le Commissioni parlamentari, invece, si pronunciano entro un termine di trenta giorni, “decorso il quale il decreto può essere comunque adottato”.

L’articolo 53 della Costituzione chiede a ciascuno di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva. Presuppone che qualcuno, nel disegnare quel concorso, abbia dovuto rispondere a chi ne subisce gli effetti. Quando la sede di quella risposta — la Conferenza unificata — è convocata in via straordinaria, riceve gli emendamenti la vigilia e viene superata il giorno dopo, il concorso resta obbligatorio e la risposta diventa facoltativa.

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