Il ‘cortocircuito Ranucci’ spiega benissimo i rischi di quando la persona prevale sulla notizia
Spegnete i riflettori sui giornalisti, tutti quanti, e accendeteli sui fatti. Ricordate a cosa serve il giornalismo d’inchiesta? A illuminare zone d’ombra, non chi le racconta.
Il “cortocircuito Ranucci” lo spiega benissimo. La notizia è proprio questa: un volto prende la scena e, a finire sotto attacco, è la credibilità di un prodotto editoriale collettivo. Finché il personaggio regge, sembra una forza. Quando viene colpito, vengono feriti tutti.
Le notizie, per la mia concezione di giornalismo, devono essere in grado di camminare con le proprie gambe. Se lasciamo che si identifichino con il frontman di turno, il giornalismo diventa più debole delle persone che lo rappresentano. Certo, Ranucci è anche un bravissimo e prezioso collega. Ma in questa partita è stato un funambolo, altro che trapezista. E non bisogna negare che quell’equilibrio, a un certo punto, sia saltato.
La comunicazione – e Ranucci non è il primo né l’ultimo, siamo una categoria di egocentrici – si è concentrata sul carisma personale e, con l’inasprimento dello scontro politico, le querele temerarie sono state affrontate dal volto di Report mettendo il proprio corpo e la propria faccia a scudo del programma. La gestione è cambiata dai tempi di Milena Gabanelli. I lanci dei servizi di Ranucci, ad esempio, avevano sempre più il sapore di editoriali, nei quali rispondeva ai politici in prima persona, in un equilibrio, criticabile ma stabile, che ha retto fino ai risvolti dell’inchiesta sull’attentato.
Fino a quando sono esplose le questioni sull’opportunità di un legame discutibile, sulla gestione delle fonti. Ed è lì che, a mio avviso, si sono palesati i mali del prevalere della persona sulla notizia: commistioni, ingenuità, bisogno di consenso. Lo sappiamo com’è andata con il faccendiere pregiudicato Valter Lavitola. A quel tavolo del ristorante Cefalù, il personalismo ha presentato il conto. Conto che stiamo, però, pagando tutti.
L’attacco non si ferma certo a Ranucci. Non si è mai voluto fermare lì. Sta investendo Report e, attraverso Report, un certo modo di fare giornalismo d’inchiesta. Il giornalismo che sta dietro il volto più riconoscibile della trasmissione, inviati, collaboratori, videomaker, montatori, persone che cercano documenti, incontrano fonti, verificano informazioni e costruiscono servizi. Tutti rischiano di pagare la vulnerabilità di uno solo.
È così che, una volta spianato il terreno agli attacchi, chi spera nel bavaglio dell’informazione affonda il colpo: arrivano le notizie sui compensi e i rimborsi dei collaboratori di Report, fatti filtrare e pubblicati, selezionati in modo da alimentare una campagna di discredito verso la trasmissione e, attraverso questa, verso il giornalismo.
La risposta a queste imboscate è stata pessima: la caccia al colpevole della fuga di notizie, l’invocare sanzioni. Beh, il giornalismo vive anche di carte che escono dal luogo in cui qualcuno avrebbe dovuto custodirle. Non siamo intoccabili, nessuno lo è: non possiamo rivendicare il valore delle fonti e dei documenti riservati quando indaghiamo sugli altri, e trasformare lo stesso meccanismo in uno scandalo quando riguarda noi.
Perché non è una guerra contro una persona, non lo è mai stata. È contro il giornalismo che scava, che quando arriva una velina la verifica e non fa copia e incolla. Quello di chi fa domande scomode, di chi non lavora per una miseria, sotto ricatto, pur di vedere la sua firma su un quotidiano nazionale. Quello che dice no agli articoli fatti modificare, denuncia prevaricazioni e abusi nelle redazioni. Quello che non accetta regali, non è amico delle fonti e non trovate in prima serata, ma su una strada di provincia a consumarsi le suole delle scarpe. Quello va protetto. Anche da se stesso.