“Boycott Israel”, la protesta alla vigilia di Atalanta-Hapoel: a Bergamo è allarme sicurezza. Vietate le bandiere palestinesi
“Boycott Israel“. È questa la scritta comparsa sulle pareti esterne della New Balance Arena, lo stadio di Bergamo che domani sera ospita l’andata dei play off di Conference League tra Atalanta e Hapoel Tel Aviv. “Un gesto di luce contro il genocidio a Gaza”, spiega l’Equipaggio di Terra di Bergamo della Global Sumud Flotilla rivendicando l’iniziativa.
Sono infatti un migliaio i tifosi israeliani dell’Hapoel di Tel Aviv attesi domani sera a Bergamo per la partita. Per fare il punto sulla sicurezza si è svolto questa mattina un vertice in Prefettura, preceduto ieri da un incontro in Questura. I tifosi israeliani, a differenza delle precedenti partite, non saranno accolti nella zona di piazzale Alpini, ma nell’area del Campo Utili, più vicini allo stadio. La macchina della sicurezza sarà la stessa dei big match europei che Bergamo ha già ospitato e ricorda tanto quella prima di Italia-Israele, svolta proprio a Bergamo. Alla New Balance Arena sarà vietato introdurre bandiere palestinesi e, per questo motivo, ci sarà un filtraggio agli ingressi dello stadio.
“Si può assistere a una partita di calcio, non ad un genocidio. Il boicottaggio di Israele non è più un’opzione politica tra le altre: è una necessità umanitaria, un dovere morale verso il popolo palestinese, che sta pagando con la vita il silenzio e la complicità internazionale“, sostiene la Global Sumud Flotilla, secondo cui “ogni partita di calcio favorisce la normalizzazione della violenza, ogni accordo commerciale è complicità”.
Gli autori dell’iniziativa chiedono anche alle istituzioni nazionali la cancellazione definitiva del memorandum d’intesa tra Italia e Israele sulla cooperazione militare, e la limitazione degli accordi commerciali in essere, mentre all’Uefa chiede di “sospendere le squadre israeliane dalle competizioni sportive”. Richiesta anche alle aziende bergamasche perché scelgano “un’economia di pace, non di guerra” interrompendo ogni tipo di rapporti, e di attività, con Israele.
Parallelamente alle misure di sicurezza, è stata organizzata una manifestazione contro la partita. La Rete per la Palestina Bergamo ha dato appuntamento alle 18 in via Alberto Pitentino, circa due ore e mezza prima dell’inizio dell’incontro. Il presidio sarà accompagnato dallo slogan “Show Hapoel the red card (Mostriamo il cartellino rosso all’Hapoel) – Fuori il sionismo dallo sport“. Nell’annuncio della mobilitazione, il match viene definito una “partita della vergogna“, sostenendo che “lo sport non può essere la copertura per i crimini di un regime genocida”. Alla protesta si è unita anche Usb Bergamo, che ha spiegato in una nota di non poter “accettare che, mentre in Palestina continuano massacri, distruzione e occupazione, lo sport venga utilizzato per normalizzare quanto sta accadendo”.
Nel dibattito sulla partita c’è però un elemento legato alla storia dell’Hapoel Tel Aviv che rischia di passare in secondo piano. Il club ha infatti una tradizione profondamente legata alla sinistra e al movimento operaio israeliano. Il suo stesso nome, “il lavoratore“, affonda le radici nella cultura sindacale e nel rapporto storico con la Histadrut.
Questa identità si è riflessa anche nel tifo: per decenni sugli spalti sono apparse bandiere rosse e simboli riconducibili alla tradizione socialista e operaia. Una collocazione politica che ha storicamente contrapposto l’Hapoel alla destra nazionalista israeliana, rappresentata in modo particolarmente netto dal Beitar Gerusalemme.
Un episodio recente risale al dicembre 2025, quando una parte della tifoseria dell’Hapoel si presentò allo stadio indossando una maglietta sulla quale erano barrati i simboli del Maccabi Tel Aviv, della polizia israeliana e di Kach, organizzazione suprematista ebraica dichiarata illegale in Israele. La polizia bloccò l’accesso ad alcuni sostenitori. Altri tifosi, per solidarietà, decisero invece di abbandonare lo stadio. Il caso arrivò fino all’Alta Corte di Giustizia israeliana. Nonostante la storia politica del club calcistico israeliano sia chiara, l’Hapoel non ha mai avuto una presa di posizione univoca sulla guerra a Gaza e non si è mai espressa sul genocidio in Palestina.