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In città asserragliati dal caldo rovente: ma un tiglio ci salverà – La rubrica Slow Food

La trave nel piatto - Si stima che nel 2025 le alte temperature abbiano provocato 16500 morti nelle città europee. L'impatto anche di piccole zone verdi garantisce una riduzione di temperatura di circa 3,5°C rispetto al dato medio
In città asserragliati dal caldo rovente: ma un tiglio ci salverà – La rubrica Slow Food
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Esco dal portone del palazzo e mi trovo su un marciapiede incandescente, l’asfalto è ammorbido dal calore, di fronte quattro corsie di traffico automobilistico, aria irrespirabile: a cosa mi serve un marciapiede in queste circostanze? Un tempo da ambedue i lati di questa strada c’erano gli alberi, creature meravigliose e mitologiche, con tutto quello che porta un’alberatura stradale: assorbimento di energia solare da parte delle superfici artificiali, diminuzione delle temperature dell’aria attraverso l’evaporazione, ombra, assorbimento dell’inquinamento atmosferico e riduzione del rumore, mitigazione del deflusso delle acque piovane, stoccaggio del carbonio. E poi sono belle: quanto vale la bellezza?

Vorrei raggiungere la fermata dell’autobus, ma non posso permettermi di arrivare troppo in anticipo: stare ferma sotto il sole per strada è quasi impossibile senza sentirsi male. Diverso sarebbe se potessi camminare su marciapiedi ombreggiati da verde pubblico, se esistesse una pensilina, se questa pensilina fosse coperta di vegetazione. Salgo sul bus e raggiungo la mia meta. Tra la fermata e la destinazione cemento e asfaltato, mi manca l’aria, il vento caldo mi fa barcollare, il sole arriva alla mia pelle come migliaia di spilli. Gli occhi sono accecati dalla luce riflessa sulla pavimentazione. C’è un tiglio, da solo: lo raggiungo a balzi disperati. Lì cambia tutto: non soltanto gli occhi possono aprirsi, non solo la pelle non brucia, non solo la temperatura sembra sopportabile, sotto il tiglio c’è aria, aria respirabile per la sua temperatura e per la sua qualità. Quel tiglio pervicace, che rigoglia sfrontato di un verde profondo in mezzo alla desolazione inerte, compie miracoli col suo solo esistere: la grazia, la bellezza e la generosità di quell’albero mi commuovono. O forse è sudore degli occhi.

Mi chiedo come facciano le persone anziane, i bambini, gli animali a sopravvivere. Certamente si sentono male: infatti i Pronto Soccorso sono sotto pressione, ma non solo, i decessi imputati al caldo sono in costante aumento, nel 2025 si stimano in 16500 nelle città europee (in Italia 4500), e per il 2026, che ha registrato temperature alte per più giorni, le previsioni non sono confortanti. Le città sono roventi: le superfici specchianti dei vetri e dell’acciaio degli edifici più moderni, ad altezza strada, rilanciano una luce accecante ed amplificano l’afa. I materiali inerti che hanno invaso ogni angolo sono evidentemente accumulatori di calore che lo assorbono e rilasciano ogni ora del giorno e della notte. I condizionatori attivi senza sosta, in migliaia e migliaia di appartamenti e uffici, rinfrescano gli interni – dei privati che possono permetterselo, perché la crisi climatica è elitaria – espellendo il caldo all’esterno – pubblico-, col risultato di funzionare da riscaldamento ambientale gratuito nelle strade e nelle piazze.

Abbiamo creato luoghi inospitali. Questa è la verità, le città sono roventi e brutte. Gli esseri umani non possono che soffrire in luoghi dove le normali attività quotidiane diventano prove psicofisiche estreme: andare al lavoro, fare la spesa, portare fuori i bambini, passeggiare e far passeggiare i cani, prendere un treno o un autobus… azioni che dovrebbero essere considerate normali, che i cittadini devono svolgere quotidianamente e intorno a cui vanno urgentemente ripensate le città.

Non si tratta solo di piantare alberi, si tratta di ripensare gli spazi urbani in maniera sistemica, con un approccio che non tamponi l’emergenza estiva, ma che abbia un valore prospettico, che sia imperniato sul bene comune, che rispetti e ami il vivente. È chiedere troppo?

Mi commuovo, o forse è sudore degli occhi.

Nell’ambito di una ricerca condotta dal Prof. Vacchiano dell’Università degli studi di Milano, sono stati collocati circa 200 sensori di temperatura atmosferica in vari parchi dell’area metropolitana milanese, a distanza fissa di 30 metri, dal centro del parco fino a qualche centinaio di metri al di fuori. Il dato relativo alla mitigazione delle temperature evidenzia una riduzione di circa 3,5°C rispetto al dato medio e di -5,5 °C per il dato massimo! Effetto che diminuisce uscendo dal parco, fino a 150/200 metri al di fuori. Il raffrescamento è dato dalla densità degli alberi, più che dall’estensione del parco: questo significa che prevedere un certo numero di parchi anche piccoli ma disseminati potrebbe generare benefici non trascurabili.

Un recente studio di Enea nell’ambito del progetto europeo Life Airfresh, evidenzia che l’aumento del 5% della superficie alberata in città comporterebbe una riduzione degli inquinanti atmosferici tale da evitare circa 5mila morti premature all’anno. Cinquemila. Per arrivare a 12mila morti l’anno in meno se ogni centro cittadino europeo avessi il 30% di superficie alberata. È letteralmente una questione di vita o di morte.

È ormai condivisa e celebre la regola del 3/30/300: almeno 3 alberi visibili da ogni casa, scuola o luogo di lavoro. Almeno il 30% di copertura arborea in ogni quartiere. Massimo 300 metri di distanza tra l’abitazione e il primo spazio verde pubblico.

Piantare alberi invece di tagliarli: mi commuovo, o forse è sudore degli occhi.

Si chiamano soluzioni basate sulla natura: progetti di rigenerazione urbana incentrate su un insieme di risposte e interventi adatti a contrastare attivamente l’aumento delle temperature nelle città, aumentarne il livello di biodiversità e generare valore ambientale ed educativo. Un approccio sistemico basato sulla natura che può contribuire a realizzare gli obiettivi della nuova Legge europea per il Ripristino della Natura, che impone di raggiungere almeno il 10% di copertura arborea nelle aree urbane entro il 2030.

Una review realizzata dall’Università di Milano per la Direzione Generale Welfare della Regione Lombardia ha analizzato 143 studi per capire gli impatti psicofisici che le aree verdi hanno sulle persone, sulla base di tre paramenti: l’accessibilità all’area verde, tempo di fruizione e distanza da casa. Il 70% degli studi riporta effetti positivi sulla salute fisica e il 75% sulla salute mentale. Emerge una riduzione generale del rischio di mortalità (tra l’1 e il 28%) che di patologie (tra il 4% e il 38%). Evidenzia, inoltre, che il rischio di obesità si riduce del 12-13%. Questi benefici si possono ricondurre a fattori biochimici, ma anche psicoemotivi, forse ancora troppo poco indagati. Tre quarti degli studi rilevano effetti positivi su ansia, depressione e stress tra il 7% e il 60%; mostrano miglioramenti delle funzioni cognitive e del benessere psicologico (dichiarato) tra il 15% e il 30% per quanto riguarda il tono dell’umore e del 15-40% per la resilienza.

Quel tiglio generoso, tenace e sfrontato, e mille altri tigli, platani, sicomoro e altri alberi in città, insieme a piccoli parchi disseminati ovunque, a corridoi verdi, giardini, tetti inerbiti, orti comunitari, pergolati, possono rendere la città un luogo adatto alla vita: agli uccellini di cui manca il canto, agli impollinatori che non volano più, a noi. La natura può far sopravvivere gli esseri umani in città e magari farli vivere addirittura dignitosamente. Se non renderli felici.

Mi commuovo, o forse è sudore degli occhi.

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