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Il ritorno in campo delle calciatrici afghane dopo cinque anni di esilio. Amnesty: “Punite due volte e lasciate nel dimenticatoio”

Una selezione di 23 giocatrici afghane torna a disputare partite internazionali grazie a una deroga della Fifa. Una vittoria sportiva che diventa anche un simbolo della resistenza delle donne afghane contro discriminazioni, esilio e repressione.
Il ritorno in campo delle calciatrici afghane dopo cinque anni di esilio. Amnesty: “Punite due volte e lasciate nel dimenticatoio”
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Agosto 2021. Da quella data, in Afghanistan, per le donne cambiano molte cose. Sono tornati al potere i talebani. Niente più scuola secondaria, vietate molte professioni. E restrizioni arrivano anche nello sport: niente più squadra di calcio femminile. Per molte giocatrici inizia l’esilio tra Albania, Australia, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti, proseguendo gli allenamenti con la speranza di potersi riunire per una partita ufficiale.

Quel giorno è arrivato nell’agosto del 2026. Una selezione di 23 atlete si è recata in Nuova Zelanda per un ritiro e poi per disputare due partite amichevoli contro la rappresentativa delle Isole Cook. Poca roba, si dirà. Ma non è così, perché queste partite premiano lo sforzo e la tenacia di ragazze che, da richiedenti asilo in terra straniera, non hanno avuto vita facile. Oggi la nazionale si chiama Afghan Women United; a questa squadra la Fifa, apportando alcune deroghe ai regolamenti, ha concesso di poter giocare anche senza il benestare della Federazione afghana, controllata dai talebani. Il 29 aprile 2026 il Consiglio della Fifa si è attribuito la possibilità di iscrivere alle competizioni ufficiali le squadre nazionali se la Federazione del Paese d’origine è “impossibilitata a farlo”. Una svolta registrata anche da Amnesty International: “Le donne afghane sono state punite due volte: una volta dai talebani, che le hanno cacciate dalle loro case, e una seconda volta dagli organismi sportivi globali, che le hanno lasciate nel dimenticatoio”, ha dichiarato Steve Cockburn, responsabile per la giustizia economica e sociale di Amnesty.

Khalida Popal, cofondatrice della nazionale femminile ed ex capitana, ha commentato così: “Per anni ci è stato detto che la nazionale femminile dell’Afghanistan non avrebbe mai più potuto gareggiare perché gli uomini che hanno preso il nostro Paese non lo avrebbero permesso. Sono lieta che la nostra mobilitazione collettiva non solo abbia cambiato il futuro delle donne afghane, ma abbia anche garantito che nessun’altra giocatrice debba compiere i sacrifici che hanno compiuto le nostre. È la rinascita della speranza e un messaggio forte a chi cerca di escludere le donne dalla società: non ci riuscirete. Il posto delle donne è sul campo, nella vita pubblica e ovunque si prendano decisioni”.

Le storie delle giocatrici che si sono ritrovate in Nuova Zelanda hanno molto in comune, a partire dalla paura che genitori e fratelli, quando ancora vivevano in Afghanistan, potessero scoprire che giocavano a calcio. La fuga necessaria, poi la vita da richiedenti asilo: è stata dura, ma ha rappresentato anche un modo per allontanarsi dalle imposizioni della sharia, la legge islamica imposta dai mullah. Mursal Sadat ha raccontato alla BBC: “Se non fossi una calciatrice, sarei ancora in Afghanistan, una delle milioni di ragazze a cui non è permesso studiare, esprimere la propria opinione o scegliere il proprio futuro”.

Due giorni fa le Nazioni Unite hanno pubblicato su X un messaggio in cui sottolineano il diritto delle donne afghane di vivere la propria vita e seguire le proprie aspirazioni senza timore di subire violenze o punizioni da parte del regime. Uno dei casi recenti più emblematici è quello di Bibi Sediqa, che a 14 anni è stata arrestata per aver rifiutato di sposare Mawlawi Khodainazar, un comandante talebano di 70 anni. Sediqa ha trascorso 21 mesi dietro le sbarre. Secondo alcune fonti citate da Rawa News, i talebani avrebbero proposto un accordo in base al quale la ragazza sarebbe stata data in sposa per tre giorni all’uomo che rivendicava il diritto di sposarla, così da chiudere la vicenda.

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