Il mondo FQ

Il didascalismo nell’Odissea di Nolan: non l’eroe arcaico ma l’umano troppo umano

L’Ulisse nolaniano è l’esatto contrario dell’uomo omerico descritto dal grande studioso Eric Dodds, tutto lucente di metis. Ma questo rientra nell'intento del regista
Il didascalismo nell’Odissea di Nolan: non l’eroe arcaico ma l’umano troppo umano
Icona dei commenti Commenti

Eric Dodds, che fu regius professor oxoniense di greco, filologo classico, antropologo, in I Greci e l’irrazionale scrive che “la più potente forza morale nota all’uomo omerico non è il timor di Dio, è il rispetto dell’opinione pubblica”. Il suo bene supremo, continua, “non sta nel godimento di una coscienza tranquilla, sta nel possesso della timè, la pubblica stima”. Il peso della vergogna, in quel mondo, veniva eluso proiettandolo su una potenza esterna. L’até, l’accecamento, come ogni altra idea brillante o sciocca è sempre messo nella testa o nella bocca dell’uomo omerico dal dio o dal demone. L’avventatezza di Telemaco contro Antinoo o la tenacia di Penelope nel non riprendere marito sono messi in bocca e in testa ai deuteragonisti del poema dagli dei. Non c’è psyché in Omero, non c’è anima né coscienza. L’uomo arcaico di Omero non subisce che gli effetti della fama e del suo opposto, appunto, la vergogna dettata dalla cattiva opinione degli altri. Sarà il mondo classico a costituirsi come quella che Dodds, riprendendo la contrapposizione da un saggio di Ruth Benedict sul Giappone (Il crisantemo e la spada) chiama, contro la già evocata (civiltà della) vergogna, la civiltà della colpa.

Tutto questo mi è venuto in mente non solo dopo aver visto il film di Christopher Nolan Odyssey, ma assistendo alla ridda di recensioni che stanno discutendo il kolossal hollywoodiano attraverso categorie filologiche, filosofiche, classiciste, antropologiche, morali, prima e più che cinematografiche. E mi è venuto in mente perché l’Ulisse nolaniano è l’esatto contrario dell’uomo omerico descritto da Dodds: egli è uno sconfitto, in preda a uno stress post-traumatico, interrogato proprio come per l’uomo classico da una coscienza interiore che a volte si palesa con le fattezze di un’Atena che è però solo la proiezione del suo rimorso (e che egli non sa decifrare, perché gli dei, dice, parlano in modo incomprensibile agli uomini).

Alcuni hanno sottolineato le infedeltà storico-filologiche del film, a partire dall’Elena dalle bianche braccia interpretata qui da Lupita Nyong’o. Ma è un dibattito ozioso: Nolan ha studiato e si vede, e le scelte di questo tipo (Ulisse ‘moderno’, Elena nera, una certa contemporanea ‘secolarizzazione’ della società arcaica – ma l’Odissea è di suo considerata un poema poco ‘religioso’, e d’altro canto come mostra Dodds nemmeno gli stadi successivi sono ‘razionali’ e sgombri dalla superstizione, fino alla società americana – che si combina contraddittoriamente con una cristianizzazione dell’eroe) non sono marchiani errori, ma il preciso intento del regista. In fondo, Ulisse altri non è che un Oppenheimer devastato dal senso di colpa per la distruzione della civiltà troiana che però è soprattutto distruzione della propria civiltà.

Anche tutti i momenti riflessivi sulla propria ‘civiltà’, per l’appunto, sono un voluto anacronismo, un glitch riflessivo che può far sorridere, ma che serve come espediente per dire che de te fabula narratur, civiltà occidentale. E che Nolan conosca la Dialettica dell’Illuminismo mi pare palmare, come mi pare chiaro che esplicitamente prenda l’Auerbach della Cicatrice d’Ulisse per rovesciarlo: se per Auerbach l’Ulisse omerico non è mai davvero umiliato e vilipeso, e quando è un mendicante lo è solo in quanto travisato, in Nolan Ulisse è un uomo moderno che si interroga sul giusto e sul bene, vagando per dieci anni in preda al proprio senso di colpa e al tentativo di dimenticare l’orrore commesso.

Il punto è che questa lettura, al di là delle sciocche questioni filologiche, può essere interpretata come un apprezzabile tentativo di usare il mito e l’epica per parlare di noi stessi, benché lo si faccia con un film un po’ noioso frutto della potenza economica di un mondo che ci istruisce sui disastri che abbiamo compiuto con una certa dose di cattiva coscienza. E tuttavia, così facendo cade nel didascalismo, poiché vuole esplicitare che Ulisse non è l’eroe arcaico tutto lucente di metis (a un certo punto, Damon parla di sé in chiave quasi auto-ironica come “l’eroe di Troia”), ma l’umano troppo umano generale che esclama come il pilota dell’Enola Gay: “Mio Dio, che cosa abbiamo fatto?”. Ma l’epica e il mito sono universali perché parlano della condizione umana. Vuol forse dire che la loro universalità va didascalicamente tradotta per ogni epoca? O non invece che la loro rappresentazione nel loro tempo e nel loro spazio è tout court senza tempo e senza spazio, ovvero già di per sé universale?

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione