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Addio Guccini, sei stato per noi cavalier senza paura di una solitaria guerra

Non aspetterà un'altra estate Farewell, coi suoi vent'anni portati così. E la coppia di Tango per due ha poi, come una volta, fatto l'amore? Ci hai raccontato di loro e di noi
Addio Guccini, sei stato per noi cavalier senza paura di una solitaria guerra
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Sembrava facile toccarlo con un dito, ma il cielo ci ha voluto tutti fermi. Oggi, che non ci sei più, le nuvole in alto van più silenziose negli strappi cobalto del cielo. Si sente il rumore di favole spente, ora che non siamo più niente.
Si sente quel suono di un piano, di un Mozart stonato che prova e riprova ma il senso del vero non trova.
Non so se alla fine lo hai trovato quel senso. Sicuramente lo hai descritto con mani che disegnavano sogni e certezze, quando non lasciavi farlo ai tuoi occhi, alle mani.
Ci lasci così, noi passeggeri di treni paralleli, piccoli eroi delle occasioni perse, giovani Franti che sghignazzano a dottrina, acrobati della malinconia, ad annaspare nel niente, a custodire i ricordi, carezzare le età, con quello stallo o rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità.

Con te se ne vanno la ragazza dell’Autogrill, con quel sorriso da fossette e denti da pubblicità, l’indù in latta di una scatola di té che picchiettavi per non gettarle in faccia qualche inutile cliché.
Se ne va la ragazza di Vedi Cara. Chissà se ha capito che le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà.
Se ne va Samuele Gulliver, che forse starà sorridendo come sa sorridere soltanto chi non ha più paura del domani.
Se ne va Cencio il nano, portandosi dietro le stesse voglie e gli stessi eroi, ma con ali più piccole per lo stesso volo.
Se ne va Keaton, sepolto in una provincia lontana come una palude dai nostri discorsi di suonare fra la gente, una provincia come una sconfitta, meno che essere una minoranza dignitosa.
E Anna adesso sentirà il tempo che l’abbraccia come qualcosa che ti segna in faccia, che non si vede ma che sai d’avere, come quel male a cui non si dà il nome: un’ossessione circolare fra la volontà ed il non potere. Niente “se” e “forse”, fra le occasioni avute e perse restano solo ore scomparse.

Lascia per sempre questo bar impersonale la donna di Scirocco, arrivata affrettata danzando nella rosa di un abito di percalle che le fasciava i fianchi e andata via con gesto finale, senza voltarsi indietro, mentre quel vento la riempiva di ricordi impossibili, di confusione e immagini.
Non aspetterà un’altra estate Farewell, coi suoi vent’anni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans. Niente più chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci. Rimane di lei il peccato di creder speciale una storia normale.
E Antenor? Mi soffia il libeccio di una domanda: starà ancora fuggendo via come l’ebreo errante, come il batavo maledetto? Credo che avrà ormai capito quante volte per altri è vita quello che per noi è un minuto, quante volte ci sembra piana, mentre sotto gioca d’azzardo questa vita che ci birilla come bocce da biliardo.

Chissà se Due anni dopo alla tua bella mattino ha portato le silhouettes consuete di parvenze. Chissà se poi davvero si è svegliata e ha ricercato di desideri fragili esistenze.
E la coppia di Tango per due – composta e indomenicata, eleganza sfuocata raggiunta a fatica – ha poi, come una volta, fatto l’amore?
Se ne va Van Loon dopo aver tanto navigato con il coraggio di un Caboto fra le schiume di ogni suo giorno, uno squalo che è diventato, giorno per giorno, pesce di fiume.

Con tutti loro se ne va anche K.D., che piange lontana, fantasma che è in noi e ci accompagna per sempre.
Tutti già volati via, tingendosi d’azzurro, color di lontananza.

Ci hai raccontato di loro e di noi, con le tue canzoni di fil di ferro e spago, facendo il make-up a metonimie erranti, quando hai potuto, come hai potuto, quando ne hai avuto voglia senza applausi o fischi.
Ci hai insegnato che sempre l’ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte. Ci hai aiutato a negare tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto.
Con te abbiamo imparato a diffidare di tutti gli imbecilli d’ogni razza e colore, dei sacri sanfedisti e da quel loro odore, dei pazzi giacobini e del loro bruciore, di visionari e martiri dell’odio e del terrore, di chi ti paradisa dicendo “è per amore”, dei manichei che ti urlano “o con noi o traditore!” e dell’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti. Di chi ignora quel tarlo mai sincero che chiamano “Pensiero”. Di chi ha spesso fatto del qualunquismo un arte. Della gente che si frantuma in un fiato senza soffrire, senza capire.

Ci hai urlato che il potere è l’immondizia della storia degli umani e che il pubblico vuole si parli più semplicemente, così chiari e precisi e banali da non dire niente.
Sei stato per noi, a modo tuo, cavalier senza paura di una solitaria guerra. Questo slancio generoso, fosse anche un sogno matto, è stata forse un’assurda battaglia, ma ignorare non puoi che l’Assurdo ci sfida per spingerci ad essere fieri di noi. Ora di terra ne hai avuta abbastanza, non di vele e di prua, perché hai trovato una strada di stelle nel cielo dell’anima tua.
Ma adesso che è venuto il tempo di partire l’ora ha il medesimo colore.

Da tempo tu, povero cadetto di Guascogna, eterno studente, burattinaio di parole, ti stavi preparando piano al tuo ultimo viaggio. I bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente. O meglio, il bagaglio, quello consueto, di un semplice o un saggio, cioè poco o niente.

Un viaggio partito e terminato a Pavana, dove sei tornato a calcare i tuoi vecchi passi, calciare gli stessi sassi su strade che ti han visto già a occhi bassi. Tu, che sai dove comincia la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia. Un ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino, lungo quel fiume che racconta leggende mentre veloce va al mare. Le narrano piano le onde e i pioppi le stanno a ascoltare. E lo sappiamo che non tutti le posson sentire.

E con te abbiamo imparato a rispondere che “spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato” e a sperare che dev’esserci, in terra o in cielo, un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto. E che è facile tornare con le tante stanche pecore bianche. Anche noi diciamo: “Scusate, non mi lego a questa schiera: morrò pecora nera!”. Perché sappiamo che per chi non è abituato pensare è sconsigliato.
E ora vola, vola tu, dov’io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare.
Sappi che il tuo canto, racchiuso in versi, in ritmi, in una rima ci ha dato ancora la gioia infinita di entrare in porti sconosciuti prima.
E se è vero che in fondo a quest’oggi c’è ancora la notte, a noi piace pensarti ancora dietro al motore, mentre fai correr via la macchina a vapore e che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia.

Post scriptum: ricordare in questo giorno Guccini era possibile solo con le parole di Guccini. Mi si perdoneranno alcune licenze nelle citazioni dei versi.

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