In Francia la politica riforma il calcio, in Italia resta a guardare: meno potere al Psg, più trasparenza e diritti tv redistribuiti
Mentre il calcio italiano rimane immobile a guardare il proprio declino di fronte all’ennesima umiliazione, all’estero c’è chi si dà una mossa alla prima avvisaglia: in Francia – dove la nazionale scoppia di salute, come conferma nonostante tutto il deludente quarto posto agli ultimi Mondiali, e il movimento continua a sfornare talenti su talenti – il parlamento ha appena approvato in via definitiva una riforma radicale del pallone, in nome di maggior equità, trasparenza e partecipazione, alla luce dei guai gestionali che hanno afflitto la Ligue 1 negli ultimi anni. Il “disegno di legge relativo all’organizzazione, alla gestione e al finanziamento dello sport professionistico” è il frutto delle conclusioni della commissione d’inchiesta sugli eccessi del calcio professionistico, presentato oltre un anno fa da Laurent Lafon (senatore del gruppo Union Centriste e presidente della Commissione Cultura del Senato), e dal repubblicano Michel Savin, approvato all’unanimità, con 342 voti favorevoli su 342.
Il provvedimento più significativo contenuto nel testo è la modifica delle quote di ripartizione dei diritti tv, che passeranno ad un rapporto massimo di 3 a 1 tra la prima e l’ultima (in precedenza era di 5 a 1; per fare un confronto con la Serie A, nell’ultimo anno l’Inter ha incassato 82 milioni e il Pisa soltanto 24). Questo vuol dire che dal prossimo anno i piccoli club riceveranno più soldi e questo dovrebbe portare a diminuire il gap verso l’alto. Uno dei problemi principali della Ligue 1 è proprio lo squilibrio di forze, in particolare del Paris Saint–Germain rispetto a tutti gli altri, sia a livello economico che politico (ci sono state grandi polemiche per i rinvii in campionato concessi alla squadra di Luis Enrique per agevolarla in Champions).
Infatti la legge ha messo nel mirino anche la figura di Nasser Al Khelaifi, ricchissimo presidente del club parigino, ma anche n.1 di beIN Media Group (canale televisivo acquirente dei diritti tv della Ligue 1) e membro del Consiglio d’Amministrazione della LFP che negozia e vende i diritti: è stata stabilita l’incompatibilità tra qualsiasi carica in Lega e la detenzione di quote all’interno di un’impresa di diffusione audiovisiva o di una società di scommesse. Invero, a un certo punto si pensava che l’intervento potesse essere ancora più incisivo, arrivando addirittura a vietare la proprietà di un club, ma anche così l’intento di ridimensionare lo strapotere del Psg è chiaro.
Se questa è una misura tutto sommato simbolica, molto più concreta è quella che assoggetta le leghe professionistiche (e le loro società di servizi) al controllo della Corte dei conti, come fossero organismi pubblici: un provvedimento rivoluzionario, se si pensa che in Italia persino le Federazioni che ricevono decine di milioni di contributi statali godono di natura privatistica, senza alcun obbligo di trasparenza. Completano il quadro: limite di stipendio di 450mila euro l’anno per tutte le cariche istituzionali calcistiche; obbligo per gli agenti sportivi di trasmettere alla Federazione i rendiconti di tutte le loro operazioni; partecipazione delle associazioni riconosciute dei tifosi agli organi di consultazione sull’organizzazione delle trasmissioni, orari delle partite e condizioni di accoglienza negli stadi.
Approvata in maniera trasversale dai partiti, e ben accolta generalmente dai tifosi, la legge è stata duramente osteggiata dai vertici della Lega (LFP) e anche dai grandi club, che contestano la pesante ingerenza statale, denunciando il rischio di perdita di competitività a livello internazionale. È la dimostrazione, però, che la politica ha la possibilità di cambiare il pallone. E qui torna in mente quanto avviene, o meglio non avviene, in Italia. Sono anni che parliamo di riforme inutilmente. Figc e Lega hanno sempre lavorato per tutelare lo status quo. Il ministro Abodi ha annunciato più volte la volontà di mettere mano al sistema, e di commissariare la Federazione dopo l’eliminazione mondiale, ma non ha avuto la forza di fare né l’uno, né l’altro.
Gli unici segnali a livello politico sono stati la commissione conoscitiva sulla crisi del calcio italiano, promossa dal senatore di Fratelli d’Italia Paolo Marcheschi, che ha partorito una risoluzione. Più di recente, è stato depositato in Parlamento anche un ddl, sempre a firma Marcheschi: comprende varie proposte, tra cui una ripartizione più meritocratica dei diritti tv (circa un 15% per premiare la valorizzazione dei giovani e i conti in ordine), un prelievo del 2% dalle scommesse destinate alla Figc, sgravi sui contratti degli under 23 e numero minimo di giovani del vivaio in Primavera, riduzione a 80 dei club professionistici (comunque tanti), e così via. Un testo non lontano dal modello francese (anzi, per certi aspetti anche più ampio), che però rischia di non vedere mai la luce, considerando che andiamo verso fine legislatura e presto inizierà la campagna elettorale (a meno che il governo non lo faccia suo con un decreto, accelerando i tempi). Poi non meravigliamoci se gli altri continuano a vincere e noi a perdere.