Fast fashion, sostanze chimiche e una filiera difficile da controllare - 2/3
Fast fashion, sostanze chimiche e una filiera difficile da controllare
Per Cecilia Frajoli Gualdi, fondatrice di Dress the Change, docente universitaria ed esperta in moda etica e sostenibile, “la lunghezza della filiera di produzione fa sì che spesso non sappiamo con quali sostanze vengano lavorati i capi che indossiamo. Così, sostanze classificate come pericolose possono essere presenti come residui entro i limiti previsti dalla normativa europea. È il caso, ad esempio, della formaldeide: il regolamento REACH ne fissa un limite nei tessili destinati al contatto con la pelle e nei capi d’abbigliamento (75 mg/kg), anche in considerazione del fatto che la sostanza è classificata nell’Unione europea come cancerogena (Carc. 1B) e sospettata di mutagenicità (Muta. 2), eppure viene ancora oggi utilizzata in alcune fasi della lavorazione per conferire proprietà antipiega e mantenere i capi in ordine sullo scaffale”. Secondo Frajoli Gualdi, però, il problema non riguarda soltanto la formaldeide, ma è strettamente legato al modello produttivo del fast fashion. Le normative europee restano tra le più severe al mondo, ma proteggono fino a un certo punto: non possono garantire ciò che avviene in ogni singolo passaggio produttivo, soprattutto quando la filiera è frammentata tra decine di fornitori distribuiti in Paesi dove i controlli sulle sostanze chimiche possono essere meno rigorosi. “È proprio la logica del fast fashion, produzione rapidissima, costi compressi e ricambio continuo delle collezioni, a rendere estremamente complessa la tracciabilità dei processi di tintura, del fissaggio dei colori, dei trattamenti antimicrobici e dei vari finissaggi che un capo subisce prima di arrivare in negozio”, osserva l’esperta.
Per questo, conclude Frajoli Gualdi, “lavare sempre i capi nuovi, possibilmente più di una volta, soprattutto per chi ha la pelle sensibile o è soggetto ad allergie da contatto, resta il gesto più semplice ed efficace che abbiamo a disposizione. Non risolve il problema a monte, ma può contribuire a ridurre l’esposizione ai residui di lavorazione. E ci ricorda, ancora una volta, che dietro ogni capo, soprattutto quelli a basso costo e ad altissima rotazione, c’è una storia lunga e spesso opaca, che vale la pena conoscere prima di indossarlo”.
Il tema riguarda sia i tessuti sintetici sia quelli naturali che biologici. Anche il cotone, il lino o altre fibre vegetali possono essere stati sottoposti a lavorazioni industriali, tinture e finissaggi prima di arrivare sugli scaffali. Nello studio scientifico “Early-Life Exposure to Formaldehyde through Clothing”, pubblicato sulla rivista internazionale Toxics, gli autori evidenziano che il lavaggio dei capi prima del primo utilizzo rappresenta una pratica semplice ed efficace per ridurre la presenza di formaldeide (considerata irritante per la pelle e le vie respiratorie e potenzialmente sensibilizzante in caso di esposizioni ripetute) e di altri additivi tessili, contribuendo così a diminuire l’esposizione attraverso il contatto con la pelle. In particolare, le analisi mostrano una forte riduzione dei residui dopo il lavaggio nei campioni trattati.