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“Non pubblicare le linee guida sul comportamento delle polizie? Un atto di sfiducia”

Intervista all'ex Garante dei detenuti Mauro Palma: "Le forze dell’ordine hanno in realtà un tessuto democratico forte e non hanno bisogno di chi, per supposta volontà di protezione, finisce di fatto con evidenziare sfiducia nei loro confronti"
“Non pubblicare le linee guida sul comportamento delle polizie? Un atto di sfiducia”
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Le linee guida per il comportamento delle forze dell’ordine che il Viminale ha scritto, ma non reso operative per timore di un effetto controproducente, sono “importanti” perché è “interesse di chi opera in situazioni difficili sapere come riuscire a comportarsi” e “della collettività sapere fino a che punto venga considerata lecita una manovra”. E la decisione di non andare oltre la bozza (come raccontato da il Fatto quotidiano) appare come “un atto di sfiducia”. A sostenerlo è Mauro Palma, per sette anni Garante dei detenuti e studioso dei diritti, oggi presidente dello European Penological center del Dipartimento di giurisprudenza dell’Università Roma tre.

Perché le giudica utili?
Le linee guida che ribadiscono alcuni principi generali sono importanti. Devono insistere sulla tutela del primo diritto della persona, che è la sua incolumità, e contemporaneamente sulla necessaria impossibilità che egli possa agire contro chi sta eseguendo l’operazione di contenimento. Devono anche garantire la capacità di valutare momento per momento la proporzionalità dell’azione in atto e di evitare l’eccesso quando non ce ne sia bisogno, nonché di sapersi astenere dal proseguire quando si possa determinare un danno alla persona.

Le direttive generali sul comportamento lecito ci sono, ma appaiono assai generiche. Ciononostante, il Viminale teme che, rendendole operative, potrebbero rischiare solo di far incastrare più facilmente poliziotti e carabinieri. Paura lecita o una scusa?
Questo me lo sta dicendo lei, ma dovrebbe essere interesse di chi opera in situazioni difficili sapere come riuscire a comportarsi e al contempo è interesse della collettività sapere fino a che punto venga considerata lecita una manovra fisica che sia messa in atto in quei momenti. Quello che però è più importante non è il dettaglio specifico di singole situazioni, quanto un’opera continua di formazione, anche analizzando i casi in cui si è sbagliato, proprio per una necessità, e qui mi scuso per usare un termine inglese, di accountability, che è un principio essenziale per tutte le forze di polizia.

Un cittadino qualsiasi che si trova a vivere quello che sembra un pestaggio può davvero credere che chi diventa poliziotto o carabiniere – e si trova in una situazione difficile come quella di Bologna – non sia stato preparato ad affrontarla non solo tecnicamente, ma anche con l’obiettivo di non lasciare un morto per strada?
Indipendentemente da ogni rilevanza penale, che qui non mi compete e che viene valutata in queste ore dalla magistratura, quello che emerge è la complessiva inaccettabilità di una situazione. La si può interpretare come il frutto di scarsa professionalità, di sottovalutazione da parte di tutti gli attori, forze dell’ordine e operatori sanitari, ma resta il fatto di una persona contenuta in una particolare posizione che invoca aiuto e manifesta estrema difficoltà, e al contempo la non interpretazione di una situazione del genere, fino ad arrivare alla morte del soggetto stesso.

Lo ritiene possibile?
Siamo di fronte a un’inaccettabilità oggettiva. Come ho appena detto, le cause possono essere molte, incluso il fatto di non aver tratto insegnamento da altre situazioni rispetto alle quali l’Italia ha subito delle censure internazionali anche recentemente.

Sta parlando del caso Magherini?
Mai stabilire identità tra casi diversi e forze dell’ordine diverse. Restano però proprio quei principi di non tenere una persona per troppo tempo in una posizione che possa ledere la sua incolumità, di saper leggere i segnali di un precipitoso aggravamento delle sue condizioni, della necessità di agire conseguentemente e immediatamente rispetto alla sua richiesta di aiuto. Questi sono i principi chiave che linee guida e formazione devono ribadire.

Proprio a questo punto, lei come giudica la “paura” dei palazzi di governo che sovrintendono alla sicurezza ma anche alle garanzie degli italiani, di pubblicare linee guida che poi potrebbero finire per incastrare le forze dell’ordine?
Io le giudico come offensive per le stesse forze dell’ordine che hanno in realtà un tessuto democratico forte e che non hanno bisogno di chi, per supposta volontà di protezione, finisce di fatto con evidenziare sfiducia nei loro confronti.

Ma non sarà purtroppo che il governo dei pacchetti sicurezza e che ha sottoscritto lo scudo penale per gli agenti, e ha pure giustificato e in parte tentato di coprire i gravi fatti di Torino sulla gratuita ed eccessiva repressione dei manifestanti, non pubblica linee guida che obbligano poliziotti e carabinieri a rispettare le regole della democrazia?
In realtà non c’è uno scudo penale, ma uno procedurale. Quanto ai pacchetti sicurezza il loro ripetersi è già indicativo della loro inefficacia e della finalità di lanciare messaggi culturali più che assicurare maggiori garanzie di una vita protetta per tutti i cittadini. Resta il fatto che a volte i messaggi culturali più che incidere sull’effettività della vita sicura, incidono sulla diminuzione delle libertà.

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