Il peggior Mondiale di sempre: i capricci di Trump, il vassallaggio di Infantino e un business sfrenato che ha stravolto il calcio
Lo scrivemmo alla vigilia del torneo e ora che siamo all’atto finale, con la sfida Spagna–Argentina che assegnerà il titolo del Mondiale di calcio 2026, confermiamo: il peggiore di sempre. La telefonata di Trump per rimuovere la squalifica di Balogum prima di Usa–Belgio è stato il momento più alto del libro nero: la picconata del presidente Usa al sistema sportivo e il vassallaggio totale del grande capo Fifa Gianni Infantino hanno scritto una delle pagine più vergognose dello sport, non solo del football.
Il ruolo di subalternità diabolico di Infantino è una metafora del calcio di oggi. Basta vedere i prezzi folli dei biglietti, la gente che, secondo il racconto dell’ottimo collega Gianfranco Teotino, si sposterà in elicottero per raggiungere lo stadio dove si disputerà, ai margini di New York, la finale. Gli hangar del vicino aeroporto, dedicato ai voli privati, sono sold out. Il caroprezzi dei treni, con ticket aumentati persino otto volte, ha complicato ulteriormente la mobilità di chi non può permettersi di spendere migliaia di euro per raggiungere l’impianto. Fino al colpo di genio finale di Infantino, insaziabile, nonostante gli introiti record della manifestazione: la conferenza stampa a pagamento delle rappresentanze di Spagna e Argentina.
Che il calcio avesse intrapreso la strada del business sfrenato lo abbiamo capito da almeno trent’anni, ma in questo mondiale c’è stata un’accelerata che ha frantumato tutti i limiti di velocità. Il vecchio football codificato ed esportato nel mondo dai “maestri” inglesi – ancora una volta trafitti sul più bello nella semifinale contro l’Argentina, grazie alle tattiche scriteriate del ct tedesco Thomas Tuchel – era uno sport del popolo, delle strade, delle piazze, dei parchi, dei pub e dei bar. Era tutto molto “worker”, tutto molto proletario. Il calcio era davvero potere operaio. Oggi, sta diventando l’ennesimo gingillo dei ricchi, ben rappresentati da Trump che non conosce neppure le regole basilari. Molti, moltissimi Vip vanno allo stadio per vedere e farsi vedere, per mostrare e dimostrare. Il carobiglietti sta allontanando la “massa”, ma al sistema calcio, a cominciare dalla Fifa – ma anche l’Uefa non scherza – va bene così: vuoi mettere un bel faccione di Tom Cruise o di Mike Jagger ripreso dalle tv di tutto il mondo, al posto di un oscuro rappresentante del popolo?
Infantino è vassallo di Trump, ma, a sua volta, si comporta come un signorotto. Del resto, il sistema feudale era fondato su una catena di ruoli, dall’alto in basso. Guai contraddirlo: chi dissente viene inquadrato come soggetto pericoloso. La pausa per rinfrescarsi è diventata una formidabile occasione per vendere spazi pubblicitari. Il caldo ha tartassato l’evento, ma ci sono state pause anche nelle partite giocate al fresco canadese, tanto per ribadire la commercializzazione del doppio stop. Infantino francamente se ne infischia e con il suo aereo messo a disposizione dal Qatar ha volato in lungo e largo tra Usa, Canada e Messico, dando il suo onesto contributo alle emissioni nocive. Ci piacerebbe conoscere l’opinione dei dirigenti calcistici che si occupano di sostenibilità ambientale – il responsabile Uefa è l’italiano Michele Uva – sul pessimo esempio offerto dall’avvocato svizzero.
La questione iraniana è stata gestita come sappiamo. L’Iran non poteva essere escluso dal torneo per i noti fatti bellici, ma si è fatto di tutto per metterlo nelle condizioni di tornare subito a casa: il verdetto sul campo ha risolto il problema nell’ultima giornata della fase eliminatoria, con buona pace degli Usa e della Fifa. Comica anche l’ultima puntata del fronte politico: gli Usa hanno difeso gli argentini per lo striscione esposto dopo il match contro l’Inghilterra che rivendica la proprietà delle Falkland/Malvinas. In nome del primo emendamento della costituzione statunitense, si difende il diritto di espressione. Con un aggiornamento doveroso: purché non si parli di Trump, che vuole portare a processo i bravi giornalisti del New York Times che hanno reso pubbliche le falle del nuovo aereo presidenziale. E con una precisazione doverosa: l’invasione delle isole contestate fu il colpo di coda della dittatura sanguinaria dei militari argentini. I 74 giorni della guerra vinta dai britannici per riprendere il controllo delle Falkland fecero crollare il regime di Buenos Aires, dopo sette anni di orrori e trentamila desaparecidos.
Nel bilancio negativo, merita un paragrafo anche la questione arbitrale. Francia-Paraguay è stata una caccia all’uomo da parte della squadra sudamericana, ma a finire nella lista degli ammoniti sono stati i giocatori transalpini. Il terzomondismo di comodo della Fifa, che spedisce arbitri di scarsa esperienza internazionale a occuparsi di match infuocati, danneggia lo spettacolo e la regolarità delle gare.
Si parla ora di un nuovo allargamento, di un mondiale a 64 squadre per l’edizione 2030, quella del centenario. Il torneo sarà organizzato da Spagna, Portogallo e Marocco, ma si giocheranno tre partite celebrative in Argentina, Uruguay e Paraguay per la festa dei 100 anni. L’ennesimo allargamento si tradurrebbe in una manifestazione di sei/sette settimane. Infantino ci sta lavorando sopra perché più squadre vuol dire più voti alle elezioni dell’aprile 2027, dove l’attuale presidente del calcio mondiale dovrà fare i conti con la ribellione che sta montando nei suoi confronti, guidata dall’Uefa. Ci sarà da divertirsi, nei prossimi mesi.