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‘Odissea’ di Christopher Nolan: i classici non dovrebbero mai passare da Hollywood

ATTENZIONE SPOILER - La bellezza formale del film diventa complice di un tradimento sostanziale. Ulisse versione Jason Bourne, Penelope protofemminista, finale tragicomico
‘Odissea’ di Christopher Nolan: i classici non dovrebbero mai passare da Hollywood
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Ulisse che dice compunto a Penelope che “la nostra Età del Bronzo è alla fine”. Un uomo di tremilacinquecento anni fa consapevole di stare vivendo nell’epoca che sarà così nominata solo dai suoi posteri. Un concetto introdotto per la prima volta dal religioso francese Nicolas Mahudel e successivamente formalizzato nel 1836 dall’archeologo danese Christian Jürgensen Thomsen. È questa, forse, la cosa più indigeribile dell’Odissea reinterpretata e mal digerita da Christopher Nolan. È come vedere i centurioni di Ben Hur con l’orologio al polso, o i legionari di Gladiator che consultano Google Maps prima della battaglia. È un anacronismo che non è solo storico, ma epistemologico. Nolan proietta sul passato una consapevolezza storiografica che il passato non poteva avere, confondendo la conoscenza del presente con la prescienza degli antichi.

Purtroppo, la qualità cinematografica del kolossal hollywoodiano è eccellente – girato in Imax nativo, fotografia sfolgorante, effetti speciali da capogiro – e questo fa ancora più rabbia a chi abbia letto almeno una volta la vera Odissea, quella meravigliosa, scritta in Grecia da Omero e non quella ritoccata in chiave woke da qualche produttorucolo degli studios. Perché la bellezza formale del film diventa complice di un tradimento sostanziale, lo spettatore viene abbagliato dalla potenza visiva e non si accorge che il cuore del poema è stato svuotato, sostituito da un’anima hollywoodiana, postmoderna e moralisticamente “corretta”.

Possiamo sorvolare sul fatto che “Elena dalle candide braccia” sia qui interpretata dalla nerissima Lupita Nyong’o (che, in aggiunta, interpreta anche la sua gemella Clitemnestra). Ma se mettiamo insieme il wasp dagli occhi azzurri Matt Damon che fa Ulisse, Zendaya che interpreta Atena (notoriamente, per chi ha studiato, dea dell’arte militare e della sapienza, nata adulta e non certo efebica dalla testa di Zeus), Tom Holland che dovrebbe essere un imberbe Telemaco con la faccia di spider-man, la cinquantenne Charlize Theron che è Calypso, ninfa del mare che dovrebbe essere in apparente età da marito e, soprattutto, Penelope che ha la newyorkese, improbabilissima faccia di Anne Hathaway, le madonne per un’occasione tanto sprecata possono pure venire. Ma non è solo questione di colore della pelle o di età anagrafica, è che questi attori portano con sé interi universi simbolici che cozzano con l’immaginario omerico. Nolan non ha scelto degli interpreti, ha scelto delle marche, e il risultato è un crossover tra Marvel e cinema d’autore che non può convincere.

Penelope che, nel XIII secolo a.C., se ne esce con una intemerata sul fatto che il re mancherà anche da vent’anni ma è lei, una donna, a tenere in piedi il regno. E come mai nessuno ci pensa? Ecco, ci mancava anche la protofemminista in un’epoca storica in cui le donne erano merce di scambio e di accordi tra famiglie. Non che Omero fosse misogino – Penelope è già un personaggio di straordinaria intelligenza e fedeltà nella sua versione originale – ma la sua forza risiedeva nell’astuzia silenziosa, nel tessere e disfare la tela, nel resistere senza proclami. Nolan trasforma questa saggezza antica in un discorso da conferenza TED, privandola di tutta la sua profondità tragica.

Per carità, Nolan ha anche delle buone intenzioni, perché fa vedere un improbabilissimo Ulisse pentito per il casino fatto a Troia, una società ben più evoluta della sua, un eroe che manda a morte certa i propri uomini e ne prova tanto, tanto dispiacere ma non può farne a meno – insomma, un eroe problematico, tormentato, che quasi si scusa per essere maschio bianco, etero e guerriero. Ma l’Ulisse omerico non è un pentito, anzi. E’ un eroe orgoglioso, astuto, un sopravvissuto che sa di dover pagare il prezzo della sua hybris, ma non si piange addosso. Il suo pianto, quando lo concede, è per la nostalgia di casa, non per i sensi di colpa. Nolan, da bravo regista del XXI secolo, psicologizza il mito e lo riduce a un dramma interiore da salotto borghese, mentre l’epica antica respira un’aria ben diversa, fatta di fato, di dei capricciosi, di un onore guerresco che non conosce pentimenti.

E che dire dell’episodio di Polifemo? Ulisse – già scampato alla furia del ciclope accecato grazie alla sua astuzia – fa l’immane cazzata di scoccargli una freccia nell’occhio già orbo, scatenando l’ira sua e di Poseidone. A proposito, della vera astuzia di Ulisse, quella di farsi chiamare “Nessuno”, non v’è cenno nel film, come se fosse una bazzecola inutile, da tagliare in sceneggiatura. E invece è il cuore dell’inganno omerico, il momento in cui l’eroe si nasconde dietro il linguaggio per sfuggire alla vendetta divina. Nolan lo cancella perché probabilmente gli sembra poco epico. Preferisce un Ulisse che combatte come un marine statunitense, non uno che ragiona come un sofista. Il risultato è che il personaggio perde la sua dimensione intellettuale e diventa un action hero qualsiasi, con la differenza che indossa un chitone e non un giubbotto antiproiettile.

“Sappiamo già come va a finire”, dicevano le persone in attesa di entrare al cinema. E, invece, il finale di questa Odissea è tragicomico, perché Ulisse, dopo avere trucidato i Proci in un rigurgito di Damon alla Jason Bourne, prende baracca e burattini (cioè Penelope) e se ne va in crociera con una scena a metà tra Titanic e Love Boat. È costretto all’esilio, non si sa perché, visto che ha ucciso tutti gli avversari e nessuno rimane a reclamare vendetta. Nell’Odissea originale, Ulisse deve ancora placare l’ira di Poseidone e riconquistare il suo regno con un sacrificio e un nuovo viaggio. Nolan, invece, chiude con un abbraccio al tramonto e una barca che si allontana verso l’orizzonte, come se il poema fosse una commedia romantica. È come se l’Iliade chiudesse con Achille e Ettore che si danno il cinque e vanno a farsi una birra insieme.

Non penso che le tre ore di Odissea bastino a raccontare il capolavoro omerico – e forse nessun film potrebbe mai farlo – ma certo sono bastati per renderci consapevoli che i testi e la storia classica, e non solo, non possono e non dovrebbero mai transitare da Hollywood, se non per farci fare quattro amare risate. Perché Hollywood, con i suoi milioni di dollari e i suoi casting manager, non sa ascoltare il silenzio del mito. Lo riempie di fragore, lo appiattisce su mode culturali del momento, lo svuota di ogni autenticità storica per rivestirlo di effetti speciali e dollari. E alla fine, ciò che resta non è l’eco di Omero, ma rimpianto del meraviglioso sceneggiato italiano del 1968.
Speriamo che grazie a Nolan, qualcuno se lo vada a rivedere.

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