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Inchiesta curve, l’ex capo ultras Lucci chiede di patteggiare 8 anni

La strada dei concordati in appello, su cui i giudici dovranno decidere nelle prossime udienze a partire dal 17 settembre, è stata intrapresa pure da altri sette imputati e sempre per l'accusa di associazione per delinquere
Inchiesta curve, l’ex capo ultras Lucci chiede di patteggiare 8 anni
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Ha chiesto di poter patteggiare in secondo grado, con l’istituto del cosiddetto “concordato in appello”, Luca Lucci, l’ormai ex leader ultras milanista finito in carcere, assieme ad altri ultras compresi i capi della curva Nord interista, nel maxi blitz del settembre 2024 coordinato dalla Dda di Milano con indagini di Polizia e Gdf. Con l’istanza, che ha avuto l’ok della Procura generale, chiede di essere condannato ad una pena complessiva finale di 8 anni, con uno sconto di due, in pratica, rispetto ai 10 anni di reclusione del primo grado.

È emerso dalla prima udienza del processo, davanti alla terza sezione della Corte d’Appello, nel filone principale, con rito abbreviato, scaturito dalla maxi indagine “doppia curva”. La strada dei concordati in appello, su cui i giudici dovranno decidere nelle prossime udienze a partire dal 17 settembre, è stata intrapresa pure da altri sette imputati (tutti in pratica tranne Giuseppe Caminiti) e sempre per l’accusa di associazione per delinquere. Per Lucci e per il suo ex vice, Daniele Cataldo, il “concordato” non riguarda l’accusa sul tentato omicidio del 2019 dell’ultrà rossonero Enzo Anghinelli. La pena chiesta dalla difesa dell’ex capo della Sud rossonera, con l’ok della sostituta pg Simonetta Bellaviti e del pm Paolo Storari applicato in secondo grado, è comunque di 8 anni.

Parti civili anche Inter, Milan e la Lega Serie A, quest’ultima con l’avvocato Salvatore Pino. Tra l’altro, stando ad un ultimo verbale del 4 giugno davanti al pm Storari, depositato in udienza dall’avvocato Jacopo Cappetta, Cataldo ha confessato il suo ruolo nella tentata uccisione di Anghinelli di sette anni fa. Venne ferito gravemente con un colpo di pistola alla testa, fermo in auto al semaforo in zona Porta Romana. Secondo la versione di Cataldo, sarebbe stato tale Rosario Alibrandi, ora “deceduto” e che era stato detenuto con lui a Opera, a chiedergli “se conoscevo qualcuno che fosse disponibile a dargli una lezione” perché era una “pessima persona“.

Poi, con tale “Tuccio“, un trafficante di droga di cui ha detto di non conoscere il nome, iniziò “a preparare questa azione” contro Anghinelli, che “io non conoscevo minimamente”. E ancora: “L’accordo era di dargli due colpi alle gambe, non certo in faccia (…) io guidavo (lo scooter) e Tuccio aveva la pistola“. E Tuccio non avrebbe “rispettato i patti, ma ha colpito Anghinelli in faccia”. In una tranche della maxi inchiesta era arrivata per Lucci e Cataldo anche l’ordinanza di custodia in carcere per il tentato omicidio Anghinelli, di cui il primo, per l’accusa, sarebbe stato il mandante.

Ruolo che Cataldo con le sue dichiarazioni, però, esclude. Lucci, anche già condannato a oltre 18 anni per traffico di droga, come gli altri imputati rinuncia in secondo grado ai motivi di impugnazione presentati, tranne proprio quello sull’accusa di tentato omicidio. Altri imputati, tra cui gli ormai pentiti ed ex capi della Nord Andrea Beretta e Marco Ferdico, avevano rinunciato già da mesi a ricorrere in appello. In primo grado, nel giugno 2025, la gup Rossana Mongiardo aveva inflitto 16 condanne in tutto a pene fino a quasi 90 anni di reclusione.

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