Il caldo estremo e le conseguenze nefaste in agricoltura: i guai della maturazione precoce (anche per i vini) e le dinamiche di una filiera iniqua
Nelle risaie italiane deficit idrico e caldo anomalo mettono a rischio la produzione. Alcune colture stanno maturando troppo in fretta, come la vite da vino, i frutteti (come peschi e peri) e i cereali, come mais e grano. La maturazione precoce può portare a una serie di conseguenze: una riduzione del ‘calibro’, ossia della grandezza dei frutti stessi che restano piccoli, perché la pianta accorcia la fase di accrescimento, la caduta prima del tempo, come accade per l’olivo o anche a danni da scottature. E il fatto che la buccia si bruci, compromettendone l’aspetto, molto spesso ha conseguenze nella sua commercializzazione, sfavorendo ancora di più la parte più ‘fragile’ della filiera, ossia gli agricoltori. Ogni area del Paese, in base alle colture tipiche dell’area e del periodo dell’anno, sta facendo i conti con questo tipo di problemi. Chiaro il quadro tracciato da Confcooperative Agroalimentare e Pesca Toscana sugli effetti del caldo: “La vendemmia potrebbe arrivare con settimane di anticipo, la produzione di latte è già in diminuzione e anche l’olivicoltura, prevista per i mesi più freddi, rischia di pagare il prezzo di un’estate iniziata sotto il segno delle temperature record”.
Le dinamiche dei prezzi
In generale, i prezzi della frutta all’ingrosso sono calati proprio a causa della maturazione precoce dei prodotti. Solo la contrazione della domanda dovuta alla pausa estiva sta contenendo i listini. A fare il punto in questi giorni è stata la Borsa della Spesa di Bmti (Borsa merci telematica italiana) e Italmercati in collaborazione con Consumerismo No Profit. Rispetto ai prezzi, i pomodori rossi sono stabili rispetto alla scorsa settimana, ma in calo del 4% sul 2025 per un aumento della produzione. I cetrioli segnano un lieve rialzo, mentre le zucchine, con il caldo, sono soggette a deformazioni e fitopatologie. Per ora i prezzi all’ingrosso restano bassi, tra 0,70 e un euro al chilogrammo. Tra la frutta, la campagna delle angurie procede con quotazioni in calo del 2,3% rispetto alla scorsa settimana, intorno a 0,50 euro al chilo nelle principali piazze. In lieve calo le nettarine tra 1,10 e 2,40 euro al chilogrammo in base al calibro. In calo anche albicocche e ciliegie.
L’allarme per vini, latte (la cui produzione è già in calo) e olivicoltura
Di vendemmia, ma anche della produzione del latte (già in diminuzione) a causa del caldo nelle stalle e degli effetti sull’olivicoltura parla il vicepresidente di Confcooperative Agroalimentare e Pesca Toscana, Ritano Baragli. “Non siamo di fronte soltanto a qualche settimana particolarmente calda – spiega – ma a condizioni che stanno modificando i normali cicli produttivi delle aziende agricole. Le colture maturano prima, gli animali soffrono lo stress termico e le imprese devono sostenere costi sempre maggiori per difendere produzioni e qualità”. Un problema enorme se si pensa agli allevamenti italiani. Lo stress termico ha già determinato un calo della produzione di latte fino al 20%, mentre aumenta il fabbisogno energetico delle aziende. Secondo la stessa Coldiretti, i costi energetici negli allevamenti sono cresciuti del 30% per mantenere in funzione impianti frigoriferi, ventilatori, nebulizzatori e sistemi di raffrescamento indispensabili per il benessere degli animali. Tra i comparti più esposti c’è quello vitivinicolo. “Le alte temperature accelerano la concentrazione degli zuccheri negli acini e questo porta a una maturazione anticipata delle uve” spiega Baragli. “Il rischio è di ritrovarsi con una vendemmia più precoce del normale, con quantità inferiori e gradazioni alcoliche più elevate. Anche alcune produzioni destinate agli spumanti stanno registrando anticipi che in alcuni casi sfiorano le due settimane”.
La denuncia della Cia di Padova: quel gap che non si colma tra campo e scaffale
Ma che qualcosa non stia funzionando, lo dimostra uno studio di Cia-Agricoltori Italiani Padova, accompagnato da una vera e propria denuncia del direttore Maurizio Antonini. Al centro il gap tra il prezzo allo scaffale – per alcuni prodotti saliti di molto – e quanto viene invece riconosciuto all’agricoltore attraverso contratti al ribasso che non consentono loro di portare a casa un compenso equo. Un gap che ilfattoquotidiano.it segnala da anni. La Cia di Padova segnala alcuni casi eclatanti, come quello del cetriolo, per cui l’agricoltore viene pagato in media 0,40 euro al chilogrammo, mentre i consumatori lo acquistano nei supermercati a 2,99 euro al chilogrammo. Insomma, lungo la filiera c’è un aumento del 674%. Stesso discorso per la lattuga cappuccia: si passa da 0,70 euro al chilogrammo pagati all’agricoltore, sempre in media, ai 3,90 euro del supermercato (+457%). Per le zucchine si passa da 0,30 euro a 1,99 al chilo (+563%). “Occorre considerare che sono in aumento pure i costi fissi. Ad esempio – spiega Antonini – l’energia elettrica, il gasolio agricolo e le spese per far funzionare gli impianti di irrigazione” specie per frutta e ortaggi che hanno bisogno costantemente di acqua in stagioni così torride.