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I 250mila di Ultimo e il bisogno di live: perché i concerti stanno salvando l’industria musicale

Al netto delle varie spiegazioni piovute sui social, i numeri delle grandi tournée ci indicano innanzitutto due cose
I 250mila di Ultimo e il bisogno di live: perché i concerti stanno salvando l’industria musicale
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I 250.000 del concerto di Ultimo a Roma, al netto delle varie spiegazioni piovute sui social ma mai adeguatamente supportate da una visione distaccata del fenomeno, ci indicano innanzitutto due cose: da una parte la più naturale tendenza al superamento di record precedentemente stabiliti, dinamica fisiologica in qualsivoglia attività umana e oggi quanto mai urgente necessità nell’ambito della musica dal vivo; dall’altra lo stato dell’arte, o delle sue economie, nel mondo del music business. Se infatti, andando a indagare il secondo punto, si prende in considerazione la disastrosa transizione dell’industria discografica dall’era dei supporti fisici a quella del prodotto dematerializzato, di internet e dello streaming, non si può che comprendere quanto il mondo della musica dal vivo sia giunto in soccorso di un settore capace di perdere nel giro di pochi anni più di metà del suo valore di mercato.

Stando ai dati Ifpi (International Federation of the Phonographic Industry), l’industria musicale nel 2025 ha registrato a livello globale un fatturato di 31,7 miliardi di dollari, un dato in crescita rispetto agli anni precedenti ma da confrontarsi, quanto mai obbligatoriamente, coi dati dell’era precedente l’arrivo del world wide web. Ebbene, che numeri faceva l’industria musicale nel 1995? A livello globale il suo fatturato era di 40 miliardi di dollari, circa 78 miliardi di dollari odierni. Un’industria, quella musicale, che ha perso nel giro di un trentennio quasi 2/3 del suo valore di mercato (in termini percentuali circa il 60,3%), un settore senza più prodotto che generi ricavi, un’industria che solo grazie al live e ad altre strategie di mercato (la lottizzazione da parte di industrie terze – moda, automobile, gioielleria, orologeria, ecc. – e conseguente brandizzazione del prodotto) riesce, al netto di pur ingenti tagli orizzontali, a generare valore.

Ed è così, come i dati stanno lì a dimostrare, che le più grandi e remunerative tournée della storia sono tutte, guarda caso, successive al 2017: in testa l’Eras Tour di Taylor Swift del 2023-2024, poi il Farewell Yellow Brick Road di Elton John, del 2018-2023, al terzo posto il Music of the Spheres World Tour dei Coldplay, del 2022-2025, infine il Divide Tour di Ed Sheeran, del 2017-2019. Non solo: anche sesta e settima tournée più remunerative della storia sono successive al 2017, e cioè il Love On Tour di Harry Styles del 2021-2023 e il Renaissance World Tour di Beyoncé del 2023.

Le tournée però, specie se di mastodontiche dimensioni, hanno pur sempre i loro esorbitanti costi (trasferimenti ecc.), e nell’economia complessiva questi costi incidono non poco sui bilanci generali: cosa fare dunque per ottimizzare? Minimo sforzo, massima resa: al posto di tre concerti da 80.000 persone se ne organizza uno solo per 250.000, costi trimezzati e guadagni, ça va sans dire, triplicati. Attenzione, nessun giudizio di valore, nessun intento moralizzante: dinanzi un artista, piaccia o meno, in grado di radunare in un unico luogo 250.000 paganti c’è solo da togliersi il cappello, e gli unici a potersi esprimere nel merito dell’evento sono fino a prova contraria i presenti, che a giudicare da quanto si è letto in giro sono rimasti peraltro assai felici.

Qui, in questa specifica sede, ci compete solo la più distaccata spiegazione di un fenomeno che trova le sue spiegazioni nelle economie di un settore che è andato, suo malgrado, incontro a una profonda trasformazione, un fenomeno in crescita che non è affatto destinato a restare isolato: l’intero indotto della serata, nel recente caso di Ultimo, si è aggirato infatti intorno ai 90 milioni di euro, l’incasso del concerto, calcolato su una media di 65 euro a biglietto, è stato di circa 16 milioni di euro. Mica male, bis!

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