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Tour de France, polemica durissima per il caldo estremo. I corridori allo stremo: finite le scorte di ghiaccio. Trentin: “Il cambiamento climatico è qui”

Le immagini delle prime tappe raccontano corridori ricoperti di sale per la disidratazione, esausti al traguardo. il gruppo alza la voce contro ASO e UCI, accusate di non aver applicato con decisione il Protocollo HTP (Hot Temperature Protocol)
Tour de France, polemica durissima per il caldo estremo. I corridori allo stremo: finite le scorte di ghiaccio. Trentin: “Il cambiamento climatico è qui”
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Caldo estremo, temperature insostenibili e in media superiori a 35 gradi, giubbotti refrigeranti e continue docce d’acqua durante la corsa. Il Tour de France 2026 è arrivato alla quinta tappa, ma il tema dominante non è più soltanto la lotta per la maglia gialla, passata ieri sulle spalle del norvegese Torstein Træen. A tenere banco è l’emergenza caldo, che sta mettendo sotto pressione corridori e organizzatori. Dopo quattro frazioni disputate con temperature medie superiori ai 35 gradi, il gruppo alza la voce contro ASO e UCI, accusate di non aver applicato con sufficiente decisione il Protocollo HTP (Hot Temperature Protocol), aggiornato proprio quest’anno per affrontare le ondate di calore sempre più frequenti. Il ciclismo è uno degli sport più esposti agli effetti del cambiamento climatico e il Tour sta mostrando quanto ignorare il problema possa mettere a rischio la salute degli atleti e la regolarità della corsa.

Le accuse: “Il protocollo è rimasto nel cassetto”

A far esplodere la polemica è stato Dylan van Baarle dopo la quarta tappa: “È ancora responsabile correre in questo modo? Bella domanda… Io non credo. Abbiamo un protocollo per il caldo estremo (Extreme Weather Protocol), ma ho l’impressione che sia rimasto dimenticato da qualche parte.”

L’olandese propone anche una soluzione concreta: “La soluzione? In ogni caso, accorciare le tappe. Possiamo anche gareggiare per due o tre ore con questo caldo, ma oltre quel limite diventa irresponsabile. Non è solo una questione di sforzo fisico: a un certo punto, nelle ammiraglie finiscono letteralmente l’acqua e il ghiaccio”.

Alle sue parole si sono aggiunte quelle di Marc Madiot, presidente della Groupama-FDJ United, che ha puntato il dito contro l’organizzazione del Tour. Secondo il dirigente francese, nonostante il protocollo fosse stato presentato come una delle principali novità dell’edizione 2026, nei fatti non sarebbe stato applicato. “Dopo quattro giorni di gara hanno ammesso che sarebbe opportuno poter fornire ai nostri corridori più acqua e ghiaccio durante tutta la giornata”, ha osservato, sottolineando come i primi interventi concreti siano arrivati soltanto dopo diverse tappe disputate sotto temperature proibitive.

Madiot teme inoltre che i problemi debbano ancora arrivare. A suo giudizio, con il passare dei giorni aumenteranno i disturbi fisici, a partire da quelli gastrointestinali provocati dall’enorme quantità di acqua, spesso ghiacciata, che i corridori sono costretti ad assumere per evitare la disidratazione.

Trentin: “Il cambiamento climatico è qui”

Tra i corridori più impegnati sul tema della sicurezza c’è Matteo Trentin, che già nei giorni scorsi aveva lanciato un allarme preciso: “Se non fossi un professionista, con questo caldo non salirei nemmeno in bici. Non è sano. Al momento non ci è stato detto nulla, affrontiamo il problema giorno per giorno. Purtroppo è difficile, così a ridosso di ogni tappa, modificare i percorsi o gli orari di partenza”.

Poi aveva aggiunto: “Al Tour ha sempre fatto caldo, ma non così tanto. La notte non rinfresca quasi per niente e fa caldo anche al mattino presto. Gli orari di partenza delle tappe si sono gradualmente spostati verso mezzogiorno o l’una, e non è una scelta intelligente”.

L’italiano ha poi collegato direttamente il problema alla crisi climatica: “Non so se sia sicuro, ma di certo non è affatto sano. È sempre esistito il caldo al Tour, ma queste recenti ondate sono diverse. Di notte non rinfresca più. Il cambiamento climatico è qui, non è qualcosa che arriverà l’anno prossimo; è adesso. Dobbiamo sederci a un tavolo e parlarne seriamente, per evitare di ritrovarci qui tra un anno a dire le stesse identiche cose”.

Corridori allo stremo e misure ancora limitate

Le immagini delle prime tappe raccontano corridori ricoperti di sale per la disidratazione, esausti al traguardo e costretti a ricorrere a ghiaccio, giubbotti refrigeranti e continue docce d’acqua durante la corsa.

Tom Pidcock ha descritto così una delle giornate più dure della sua carriera: “Non credo di aver mai disputato una gara così dura con questo caldo. Era ridicolo. È stato come una zona di guerra. Penso che come gruppo abbiamo consumato circa 10mila borracce oggi. Nel finale non avevo più nulla, ero letteralmente cotto.”

Anche Tadej Pogačar ha confessato di essere partito nella quarta tappa con un forte mal di testa, mentre il ricercatore Sébastien Racinais, del CREPS di Montpellier, ha spiegato che queste temperature stanno spingendo gli atleti “ai limiti di ciò che il corpo umano può tollerare”.

Le promesse dell’UCI e la replica degli organizzatori

L’UCI ha già introdotto una prima modifica sperimentale, consentendo l’utilizzo delle musette anche nelle tradizionali “water bottle zone” per distribuire più borracce ai corridori. Inoltre dispone di un Protocollo per le condizioni meteo estreme, basato sull’indice WBGT, che nei casi più gravi consente anche la neutralizzazione o la cancellazione delle gare.

Prima della partenza, il direttore del Tour Christian Prudhomme aveva assicurato: “Siamo pronti ad adattarci ovunque, in qualsiasi momento. Forniremo più ghiaccio alle squadre, potremo autorizzare rifornimenti più frequenti e abbiamo già aggiunto una terza moto per distribuire più borracce durante le tappe.”

Finora, però, le misure più drastiche annunciate prima del via – come partenze anticipate per evitare le ore più calde o modifiche dei percorsi – non sono state adottate. E proprio questo alimenta lo scontro tra il gruppo e gli organizzatori.

Il Tour 2026 sta così diventando un banco di prova per tutto il ciclismo. Il cambiamento climatico non rappresenta più uno scenario futuro, ma una realtà con cui lo sport deve confrontarsi. Continuare ad affidarsi solo a misure emergenziali rischia di non bastare più: la discussione su calendario, orari e protocolli di sicurezza appare ormai inevitabile.

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