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Possono anche fare un mondiale a 200 squadre, alla fine comanda sempre l’Europa. Ingredienti del successo? Strapotere economico e investimenti nelle accademie

Sei nazionali su otto ai quarti di finale del mondiale ribadiscono una superiorità tecnica indiscutibile, favorita anche dalla crisi del Brasile, dal flop dell’Asia e dai limiti ancora evidenti del calcio nordamericano
Possono anche fare un mondiale a 200 squadre, alla fine comanda sempre l’Europa. Ingredienti del successo? Strapotere economico e investimenti nelle accademie
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In un momento storico di profonda crisi, tra guerre, sovranismi, litigiosità e tutto il peggio della burocrazia, incapace di reggere il confronto con Usa, Cina e Russia, la vecchia Europa ha un settore nel quale può ancora sentirsi una potenza globale: il calcio. Sei nazionali ai quarti di finale del mondiale (in Qatar, nel 2022, furono cinque), i trequarti del totale, ribadiscono una superiorità tecnica indiscutibile, favorita anche dalla crisi del Brasile, dal flop dell’Asia e dai limiti ancora evidenti del calcio nordamericano. Neppure Trump e la sua prepotenza senza precedenti sono riusciti a trascinare gli Stati Uniti tra i primi otto del mondo: il Belgio di Rudi Garcia ha riportato il calcio al centro del villaggio. Le sei nazionali approdate al terzultimo atto del torneo rappresentano l’Europa Occidentale: quella orientale, monca in partenza della Russia per cause arcinote, si è fermata ai sedicesimi con la gloriosa Croazia, al passo d’addio dopo un ciclo memorabile. Spagna, Francia, Belgio e Svizzera segnano una linea continua, dalla penisola Iberica al mare del Nord, attraversando Pirenei e Alpi. L’Inghilterra è il motore pulsante della Gran Bretagna. La Norvegia è la nuova Scandinavia, quella dell’agiatezza partorita dai pozzi petroliferi e da un fondo sovrano che rende ancora più ricchi i 5 milioni e 627 abitanti (dati del sondaggio 2026).

Inghilterra, Spagna e Francia esprimono la forza e lo strapotere economico dei campionati. La Premier è la lega più ricca del mondo. La Spagna segue al secondo posto. La Ligue 1 occupa la quinta posizione. Inglesi e francesi hanno investito le loro risorse nelle accademie e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: producono campioni esportati in tutte le parti del globo. La Spagna è portatrice della cultura calcistica dominante. Il modello-Barcellona si è imposto nel mondo grazie ai successi e alla bellezza dell’era-Guardiola. Lo stesso Guardiola ha segnato, alla guida del Manchester City, un intero decennio della Premier, dal 2016 al 2026: il suo impatto nel football d’Oltremanica è stato superiore persino a quello di Arsène Wenger che, con l’Arsenal, aveva svecchiato i canoni della tradizione inglese. Norvegia, Belgio e Svizzera hanno storie diverse, ma stanno operando nel solco di inglesi, francesi e spagnoli. Limitati dai numeri – insieme possono contare su una popolazione complessiva di 26 milioni e 211mila abitanti –, hanno campionati più modesti, ma in netta crescita. La Eliteserien norvegese è l’esempio più evidente. Il Bodo Glimt è diventato una realtà del calcio continentale, con la semifinale dell’Europa League della stagione 2024-2025 e gli ottavi di Champions del 2025-2026. Haaland e i suoi fratelli sono figli del benessere e degli investimenti strutturali del paese dei fiordi. Haaland, nella sua fisicità e nella sua visione di gioco, fa storia a sé, ma il gruppo di Stale Solbakken può contare su stelle come Odegaard, Nusa, Schjelderup, Bobb, Sorloth, fino al portiere Nyland, tra i protagonisti del 2-1 sul Brasile negli ottavi. La Norvegia non era mai approdata ai quarti del mondiale. Ha partecipato a una sola edizione del campionato europeo (2000) e il miglior risultato di sempre è il bronzo olimpico del 1936. Nel 2018-2019, fu iscritta alla Lega C della Nations League. La sfida con l’Inghilterra, in programma sabato (ore 23) a Miami, è il punto più alto della storia norvegese e sebbene Kane e company abbiano il conforto del pronostico, i “vichinghi” – al netto del virus che ha colpito mezza squadra – possiedono la qualità tecnica e soprattutto una filosofia di gioco in grado di confezionare l’ennesimo exploit. Tra l’altro, è quasi una partita in famiglia: nove dei calciatori della rosa giocano in Inghilterra. Haaland (7 reti finora) contro Kane (6): nel mondiale dominato dalla figura dei centravanti, una sfida di altissimo livello.

Anche in Belgio c’è un campionato in crescita. La Jupiler League ha espresso nelle ultime stagioni Bruges e Union Saint-Gilloise, partecipanti all’ultima edizione della Champions. La nazionale è un mix di giovani e anziani, con elementi top come Courtois (Real Madrid), il capitano Tielemans (Aston Villa), Trossard (Arsenal), Doku (Manchester City), Lukaku e De Bruyne (Napoli), De Ketelaere (Atalanta), lo sfortunato Onana (Aston Villa) che ha riportato la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro nella gara contro gli Usa. Rudi Garcia ha avuto il coraggio contro gli statunitensi di collocare in panchina Doku e De Bruyne, non al top della forma: la prestazione complessiva ha premiato l’onestà intellettuale del tecnico francese. Contro la Spagna (venerdì ore 21 a Los Angeles), il Belgio avrà le sue carte da giocarsi per conquistare la semifinale e replicare l’exploit del 1986, quando fu fermato sul più bello dall’Argentina di uno stratosferico Diego Armando Maradona. La Svizzera da anni galleggia nella terra delle potenze calcistiche medie. Anche se nel paese il vento della destra ha portato al referendum – bocciato – che chiedeva di limitare la popolazione residente permanente a un massimo di dieci milioni di abitanti prima del 2025, proprio l’immigrazione ha riportato in alto il football elvetico, con il ritorno ai quarti del mondiale dopo 72 anni (il precedente risaliva all’edizione organizzata in casa nel 1954). La rosa attuale, guidata da Murat Yakin (di origine turca), è una splendida mescolanza di culture, a cominciare dal capitano Xhaka di ascendenza albanese, passando per Embolo (camerunese naturalizzato svizzero), Vargas (papà dominicano), Ndoye (padre senegalese), Okafor e l’interista Akanji (origini nigeriane), Ricardo Rodriguez (genitori cileni), Zaharia (padre sudsudanese e mamma congolese). Sono tutti nati in Svizzera, magnifici rappresentanti della modernità e, aggiungiamo, di una civiltà illuminata. In generale, Francia (pensiamo a Mbappé), Spagna (Lamine Yamal), Inghilterra (Jude Bellingham), Belgio, Norvegia e Svizzera esprimono l’Europa migliore: quella dell’integrazione e della fusione delle culture. Una lezione, questa, da sbattere in faccia ai sovranisti e al trumpismo, scopiazzato da alcuni governanti del Vecchio Continente.

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