Belgio elimina gli Usa 4-1 malgrado Trump&Infantino. Cosa resterà del calcio in America dopo le luci del Mondiale
Il gol, palesemente irregolare, di Donald Trump non è bastato. Anzi, come la maggior parte ormai delle iniziative estemporanee del presidente Usa, si è trasformato in un autogol. Un po’ perché l’inaudita riabilitazione di Balogun ha dato ai giocatori del Belgio una carica e una voglia di sovrastare l’avversario ancora maggiore e un po’ perché, con gli occhi del mondo addosso, in particolare di quella larga fetta di mondo indignata dai comportamenti di Infantino, gli arbitri hanno diretto la partita in modo impeccabile. Nonostante la designazione avesse fatto sollevare più di qualche sopracciglio, perché di arbitri poco avvezzi al calcio che conta si trattava, la terna giordana, il quarto uomo gabonese e gli addetti al Var qatarioti hanno quasi sempre preso la decisione giusta, non sono mai sembrati né particolarmente casalinghi né condizionati dalla piega che avevano preso gli eventi prima dell’inizio della gara.
Probabile effetto dell’autogol della coppia Trump&Infantino anche la controprestazione dello stesso Balogun. Probabilmente sopraffatto dal peso della responsabilità, il centravanti che pure aveva iniziato il Mondiale molto bene si è visto pochissimo all’inizio – solo 10 palloni toccati in tutto il primo tempo, una non partecipazione alla manovra che si può premettere soltanto un fenomeno come Haaland – per poi sparire del tutto, salvo un timido risveglio soltanto nel finale quando i giochi erano ormai fatti e comunque sbagliando sempre la scelta dell’ultima giocata.
Il Belgio, a sorpresa, ha dominato il Team Usa dall’inizio alla fine. Una squadra trasformata rispetto alle partite della fase a gironi ed evidentemente elettrizzata dalla vittoria in assoluto extremis contro il Senegal, arrivata quando i magazzinieri stavano già facendo i bagagli per l’aeroporto. Stavolta Garcia ha azzeccato tutte le scelte: fuori gli assi De Bruyne e Doku, apparsi fuori condizione nelle uscite precedenti, e conferma di De Ketelare nel ruolo atipico di centravanti, decisione ripagata alla grande dall’atalantino autore di una doppietta e del pressing che ha portato al gol del 3-1. Poi nel finale, per i minuti che aveva nelle gambe, spazio a Lukaku che come al solito ha timbrato puntuale il suo quarto cartellino.
Pronti, via e subito Belgio aggressivo e pericoloso. La prima rete di De Ketelare sembrava avere già indirizzato la partita, ma il gol bis su punizione di Tillman ha illuso gli americani. Per poco. Palla al centro e, quasi subito, CDK ha ristabilito il vantaggio. Il 3-1 di Vanaken poi è arrivato, grazie anche a un clamoroso errore di disimpegno del portiere Freese, a spegnere una decina di minuti di maggiore iniziativa Usa a inizio di ripresa. Soltanto il pubblico non ha mai perso la fiducia, continuando a incitare la squadra con il coro “we believe, we believe”. Invano. Oltre a Balogun, lo stesso Pulisic ha disputato una partita molto deludente prima di essere costretto a uscire per l’ennesimo infortunio. Nel recupero il 4-1 di Lukaku. E poi, al fischio finale, tutti i giocatori belgi a ballare la Trump Dance sulle note dei Village People. Una simpatica presa in giro.
Che doccia gelata per il pubblico di Seattle e i milioni di americani che davanti alle tv di casa e ai maxischermi nei locali e nelle piazze stavano cominciando ad appassionarsi sul serio, a ritrovare intorno al pallone una parvenza di unità nazionale e addirittura magari persino a credere nel titolo, why not us. Bisognerà capire quanto questa eliminazione, arrivata forse nel momento più imprevisto e nonostante gli scandalosi maneggi del duo Trump&Infantino, inciderà sull’interesse del Paese per il resto del Mondiale e se avrà conseguenze negative sul tentativo di utilizzare il traino della manifestazione per riuscire a radicare maggiormente il soccer e portarlo a un livello non più distantissimo dagli sport professionistici Usa tradizionali.
In realtà, proprio grazie anche alle aspettative per il Mondiale, qualcosa è già cambiato. Lo si è percepito un po’ ovunque negli States, persino prima di queste settimane di curiosità e festa: nei campetti di periferia dove i bambini giocano sempre di più, negli stadi della Mls dove le tribune si riempiono come mai prima, nell’interesse per le prestazioni e i risultati della nazionale di Pochettino. Cosa e quanto stia cambiando lo racconta il report di un’Associazione che ogni anno fotografa lo stato della partecipazione sportiva negli Usa: nel 2025 il soccer ha raggiunto 16,8 milioni di praticanti, un record assoluto e un balzo del 15,8% rispetto all’anno precedente, il più grande incremento registrato in quindici anni di rilevazioni. Il fenomeno più interessante riguarda la composizione demografica di questo aumento. Se i bambini tra i 6 e i 12 anni restano il gruppo più numeroso, con 5,5 milioni di piccoli calciatori, a crescere più velocemente sono gli adulti: dal 2018 la voglia di giocare a calcio è aumentata del 118% fra chi ha tra 35 e 44 anni, mentre nella fascia 45-54 anni è addirittura schizzata del 247%. Si tratta in larga parte di un fenomeno di “re-ingresso”: americani cresciuti durante il primo boom del calcio giovanile, tra fine anni Ottanta e Novanta, che oggi tornano in campo. Il segmento più dinamico in assoluto è quello ispanico: la partecipazione è salita del 60,4% tra il 2022 e il 2025, passando da 2,6 a 4,2 milioni di praticanti, con una probabilità di giocare superiore del 75% rispetto alla media nazionale. Pure i dati del calcio femminile raccontano di una crescita robusta, per quanto meno sorprendente: la pratica fra le ragazze è salita del 65,5% dal 2018 al 2025, un ritmo quasi doppio rispetto a quello maschile, tanto che la quota sul totale dei praticanti è passata dal 35,2% al 39,7%. Gli analisti collegano il dato ai risultati e quindi alla grande visibilità della nazionale femminile, quattro volte campione del mondo e campione olimpica in carica, e alla conseguente crescita commerciale del movimento.
Tuttavia, anche negli Stati Uniti vi sono ragioni economiche e sociali che in qualche modo stanno frenando questo sviluppo. Il calcio giovanile organizzato ha sofferto il cosiddetto sistema “pay-to-play”, che scarica sulle famiglie costi di iscrizione ai tornei, di trasferte e di attrezzatura, escludendo di fatto i nuclei meno abbienti dal percorso più competitivo. Alla vigilia della mancata qualificazione al Mondiale 2018, l’allora presidente della Federcalcio Usa denunciò che un giovane potenziale talento interessato al calcio era condannato a ricevere una fattura da alcune migliaia di dollari prima di poter intraprendere un vero processo di formazione e crescita. Furono prontamente varate e finanziate alcune riforme e alcuni progetti di sostegno. Si risvegliò da un lungo letargo la U.S. Soccer Foundation, nata nel 1994 con le risorse generate da quel Mondiale, per sostenere un modello gratuito di disponibilità di campi, pensato per le scuole e destinato a raggiungere le comunità escluse dal sistema dei club a pagamento. La Mls, a sua volta, ha cominciato a investire nello sviluppo delle Academy (125 milioni nel solo 2025), creando percorsi per più di 58mila ragazzi attraverso il programma Mls Next, da cui oggi proviene il 93% dei convocati delle nazionali giovanili statunitensi.
Contemporaneamente, la stessa Mls vive la stagione più brillante della sua storia. Nei primi tre mesi del 2026, la Lega ha fatto registrare una media di 7,9 milioni di spettatori settimanali tra streaming e tv lineare, un balzo del 62% rispetto all’anno precedente, spinto anche dall’accordo decennale con Apple che ha unificato tutti i diritti di trasmissione. Sul fronte degli stadi le cose non vanno peggio: la media presenze è salita a 22.109 spettatori a partita, con tre gare che hanno superato i 72mila presenti, tra le più affollate nella storia del campionato. Dietro questi numeri c’è un modello di business molto americano, lontano dalle logiche europee: nessuna retrocessione, un salary cap che nel 2026 è fissato a 6,425 milioni di dollari per squadra, la possibilità di tesserare fino a tre “giocatori designati” i cui ingaggi non pesano interamente sul tetto salariale, regola che ha permesso di ingaggiare campioni come prima Beckham, poi Messi. Le stime dei valori dei club riflettono il processo di crescita: il Los Angeles FC ha superato il miliardo di dollari, Charlotte FC, per dire, vale oltre 600 milioni. Forbes stima che almeno 19 miliardari o famiglie miliardarie abbiano oggi quote significative in franchigie Mls, una versione calcistica della febbre da investimento che negli Stati Uniti ha già trasformato Nba e Nfl.
Resta però ancora un gran nodo da sciogliere. Buona parte dell’aumento recente del numero dei praticanti e degli appassionati si basa su giocatori “intermittenti”, che scendono in campo, dicono i dati, meno di 26 volte l’anno, mentre la quota di interessati “core”, quelli che sostengono davvero un sistema ancora molto “privatistico” – cioè pagando iscrizioni, acquistando più magliette, calzoncini e paia di scarpini e generando quell’utilizzo di impianti che a sua volta rende sostenibili gli investimenti – è scesa dal 43,6% al 35,4% del totale dal 2018 a oggi. È il motivo per cui, tra gli addetti ai lavori, circola oggi un avvertimento preciso: la disponibilità di campi, la capacità attrattiva delle varie Leghe locali, il calmieramento dei costi di attrezzatura, insomma la possibilità di accesso per le comunità a basso reddito determineranno se questo momentaneo entusiasmo collettivo diventerà movimento strutturale, oppure se alla fine si sarà vissuto l’ennesimo picco destinato ad appiattirsi non appena le telecamere mondiali si sposteranno altrove. Il 4-1 subito ieri sera dl Belgio non aiuta.