250esimo anniversario dell’indipendenza Usa: oggi c’è poco da celebrare
Evitare di nominarlo è quasi impossibile, ma il tentativo va fatto. Due secoli e mezzo fa, a Filadelfia, si consumarono giorni straordinari di discussioni incessanti, duri negoziati e insanabili contraddizioni. I padri fondatori degli Stati Uniti erano uomini imperfetti, schiavisti legati al proprio tempo. Eppure, la Dichiarazione di Indipendenza sancì un principio storico epocale: loro capirono, e misero nero su bianco, che nessun individuo era più grande della causa, della Repubblica.
“Riteniamo come evidenti di per sé queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali…” è la frase che ha impresso la sfida politica più profonda alla storia dell’umanità. Per la prima volta, la legittimità di un governo si svincolava in modo radicale dal diritto divino dei re, dai privilegi ereditari dei nobili e dalla conquista militare, radicandosi solo sulla pari dignità di ogni essere umano e sul consenso dei cittadini. Una verità essenziale che, coi tempi che corrono, sembra quasi rivoluzionaria.
Oggi, c’è poco da celebrare in America. Il discorso pubblico, avvelenato di odio e vendette, ha trasformato gli oppositori politici in nemici della nazione. I vertici delle istituzioni riflettono lo sfacelo: il ministero della Giustizia è affidato a un leguleio privo di senso dello Stato, la guida del ministero della Guerra è passata a un mezzobusto tivù scelto perché buca lo schermo. Gli eredi di coloro che ottant’anni fa sconfissero il fascismo — lasciando un’impronta che costringe noi italiani e l’intera Europa a un eterno vassallaggio psicologico e militare — guidano l’assalto all’eredità del passato.
Ma certi principi non sono carta straccia riscrivibile a seconda delle convenienze. Chi oggi comanda a Washington non lascia passare un giorno senza attacchi alle istituzioni, interne e internazionali. E di corruzione non se n’era mai vista in dosi così massicce in una democrazia occidentale, alimentata da menzogne, minacce sistemiche e favori alla cerchia di pochi sicofanti avidi di guadagno.
A 250 anni dalle origini, l’intero edificio viene sottoposto a tentativi di smantellamento: le libertà costituzionali, il pacifico trasferimento dei poteri, le elezioni, l’indipendenza dei magistrati, la libertà di stampa e dei media, le università, la ricerca scientifica e la dignità degli immigrati. Il baricentro del comando si è spostato interamente sul piatto degli ultramiliardari, dei tecno-oligarchi e dello strapotere finanziario e manipolatorio dei colossi hi-tech. Per non parlare di guerre scatenate per sviare l’attenzione da infami scandali sessuali e massacri a fini di pulizia etnica per compiacere leader mediorientali ossessionati dal potere.
Davanti ai nostri occhi si consuma forse il furto più grave: la cancellazione della memoria stessa. I rari conservatori illuminati dicono che la libertà nata dalla Dichiarazione di Indipendenza consente ancora agli americani di crescere le loro famiglie, pregare il dio che scelgono, inseguire i loro sogni e il benessere, costruire una nazione prospera. “Finché proteggiamo quella libertà — è il finto mantra della destra decente — l’America rimarrà il grande esperimento per cui i padri fondatori rischiarono la vita e l’onore”.
Questa narrazione ignora la realtà di un popolo che ha smarrito il significato profondo di quel che accadde a Filadelfia 250 anni fa. E noi, alla periferia dell’impero, assistiamo impotenti alla mutazione radicale di una nazione diventata ormai irriconoscibile. Certezze più che dubbi: il Make America Great Again è un progetto di restaurazione regressivo, un esercizio di cancellazione storica e annientamento della verità. Un piano fondamentalmente distopico dalle conseguenze del tutto imprevedibili.