Caso Elisa Claps, la giustizia non può arrendersi dinanzi ai dubbi irrisolti
Le parole pronunciate da Filomena Iemma e da Gildo Claps nel corso della trasmissione Chi l’ha visto, a seguito della notizia della riapertura delle indagini sul caso di Elisa Claps, non possono rimanere senza risposta. Perché non sono l’esultanza di chi vede la possibilità che si chiuda un conto con la giustizia, bensì la speranza, ancora una volta, che ci sia qualcuno disposto ad aprire le finestre, dove per troppo tempo hanno ristagnato il silenzio, le omissioni, le ipocrisie e le domande senza risposta.
La decisione della Procura di Potenza di riaprire l’indagine non riguarda soltanto la ricerca di eventuali responsabilità ancora inesplorate. Interroga innanzitutto il rapporto stesso tra lo Stato ed i cittadini. Perché quando una ragazza di sedici anni scompare e il suo corpo resta nascosto per 17 anni nel sottotetto di una chiesa, senza che nessuno dica nulla, la vicenda non può esaurirsi nella responsabilità, già accertata, del suo assassino.
Rimangono interrogativi che continuano a chiedere risposte: chi ha taciuto? Chi avrebbe potuto parlare? Chi ha consentito, con l’omissione o con l’indifferenza, che la verità restasse sepolta così a lungo? È questo il senso profondo delle parole di Gildo Claps quando afferma che è importante che qualcuno voglia ancora “riscrivere la verità giudiziaria”. Non significa riscrivere i fatti, ma provare a completare una trama complessa con i tasselli che ancora mancano, perché una giustizia incompleta lascia inevitabilmente spazio al dubbio e all’amarezza.
Ma il valore di questa riapertura va ben oltre il caso di Elisa Claps. Rappresenta un messaggio per tutte quelle famiglie che, da anni o da decenni, convivono con inchieste archiviate troppo presto, con morti classificate come suicidi o incidenti senza che ogni elemento sia stato realmente chiarito, con fascicoli chiusi ma ferite rimaste ancora aperte.
Naturalmente non tutte le indagini riaperte porteranno a nuove condanne. Non tutte le ipotesi investigative troveranno conferma. È giusto ricordarlo, perché il processo penale si fonda sulle prove e non sulle suggestioni. Ma una democrazia matura si misura anche dal coraggio di tornare sui propri passi quando emergono elementi nuovi o quando ci si rende conto che alcune domande non hanno mai ricevuto una risposta adeguata.
Lo ha espresso con grande semplicità, durante la trasmissione televisiva condotta magistralmente da Federica Sciarelli, la madre della giudice Francesca Ercolini, trovata impiccata nel 2022 nella propria abitazione. A seguito della riapertura del caso e della sua trasformazione in un’inchiesta per omicidio, ha spiegato che ciò che conta, al di là dell’esito giudiziario, è arrivare ad una certezza, seppure con tutti i limiti della certezza umana.
È una frase che dovrebbe guidare ogni indagine complessa. Perché il dubbio permanente è una ferita che non si rimargina mai, che colpisce innanzitutto chi resta. Sapere, anche quando la verità è dolorosa, è diverso dal convivere per sempre con il sospetto che qualcosa sia rimasto nascosto, inesplorato e non chiarito.
Per arrivare a quella verità, tuttavia, non bastano magistrati determinati e investigatori preparati. Occorre che chi sa trovi il coraggio di parlare. Che chi ha assistito a fatti, raccolto confidenze o custodito informazioni decisive comprenda che il tempo non cancella le responsabilità morali. La verità giudiziaria, quasi sempre, può essere costruita soltanto se qualcuno decide di rompere il muro dell’omertà, delle convenienze, delle paure e delle fedeltà mal riposte.
È forse questo il nodo più difficile delle grandi vicende irrisolte del nostro Paese.
Spesso non manca soltanto una prova tecnica. Manca la collaborazione di chi potrebbe aiutare gli investigatori a ricostruire gli ultimi tasselli di un mosaico rimasto incompleto. Il silenzio, in questi casi, finisce per diventare il migliore alleato dell’ingiustizia.
Per questo è importante che le nuove indagini sul caso Claps possano svilupparsi con il tempo necessario e lontano dai riflettori.
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sull’omicidio di Garlasco ha mostrato quanto il processo mediatico rischi di sovrapporsi a quello giudiziario. Ipotesi, indiscrezioni, ricostruzioni parziali, fughe di notizie e contrapposizioni televisive finiscono spesso per alimentare la confusione anziché favorire l’accertamento dei fatti. La ricerca della verità ha bisogno di trasparenza, ma anche di riservatezza nelle fasi investigative, affinché gli inquirenti possano lavorare senza pressioni esterne e senza trasformare ogni accertamento in uno spettacolo.
La discrezione con cui, finora, è stata condotta la nuova inchiesta sul caso di Elisa Claps rappresenta, sotto questo profilo, un segnale incoraggiante. Significa restituire centralità alle indagini, non alle opinioni; agli atti, non ai titoli; ai magistrati, non ai talk show.
Le parole di Gildo Claps parlano, dunque, anche al futuro. Ricordano che la giustizia non può arrendersi davanti al tempo trascorso quando esistono ancora domande irrisolte. Ricordano che ogni fascicolo custodisce una storia umana e una famiglia che continua ad attendere. E ricordano che la verità, quando viene cercata con rigore, senza pregiudizi e senza clamore, non è un favore concesso alle vittime. È un dovere dello Stato e una garanzia per tutti i cittadini.
Perché una società che rinuncia a cercare la verità è una società destinata a convivere con il sospetto. Una società che continua a cercarla, anche dopo molti anni, dimostra invece di avere ancora fiducia nella giustizia e nel valore della memoria. È questa la speranza che oggi arriva da Potenza: non la promessa di una verità già trovata, ma il coraggio di continuare a cercarla, fino in fondo.