Attentato a Monaco, l’altra ombra sulla famiglia Ermolaev: il figlio Artur e la maxi-truffa da 100 milioni con i call center
C’è un’altra ombra che si allunga sull’attentato in cui ieri nel Principato di Monaco sono rimasti feriti Vadym Ermolaev, sua moglie e il figlio di 13 anni. L’ombra parte dall’inchiesta di Europol che ha svelato una maxi-truffa per la quale Artur Ermolaev, figlio dell’oligarca ucraino, il 30 aprile ha patteggiato una condanna con il Tribunale della contea di Harju, in Estonia.
Figura chiave di una rete di finti call center che avrebbe operato tra Ucraina, diversi paesi dell’Ue e Turchia, con un sistema di frodi online e telefoniche ai danni di migliaia di persone che tra il 2019 e il 2022 avrebbe fruttato proventi per circa 100 milioni di euro, Ermolaev jr ha accettato una condanna per frode organizzata, una pena sospesa a cinque anni di carcere e il pagamento di circa 8,5 milioni di euro “destinati alle vittime estoni che hanno subito danni a causa delle attività di questa organizzazione criminale”, ha spiegato la procura.
Le vittime venivano contattate da operatori che si fingevano consulenti finanziari. Tramite piattaforme online e siti costruiti ad hoc venivano loro proposti investimenti in criptovalute, forex o altri strumenti ad alto rendimento. Ottenuto il primo versamento, il personale – che nel frattempo aveva conquistato la fiducia dei clienti – chiedeva e otteneva ulteriori trasferimenti con la promessa di recuperare le perdite o moltiplicare rapidamente il capitale iniziale.
Non solo. Gli operatori riuscivano a installare software di accesso remoto con i quali accedevano illegalmente ai computer delle vittime e rubavano le loro credenziali bancarie (dati delle carte di credito, informazioni di accesso ai portafogli di criptovalute). Una volta che le vittime si iscrivevano alla piattaforma ed effettuavano un pagamento, non erano più in grado di prelevare denaro. Le pagine web venivano infine disattivate oppure venivano richiesti ulteriori pagamenti per recuperare l’investimento.
Dietro quelle telefonate, secondo gli investigatori, non c’erano piccoli gruppi di truffatori ma una macchina organizzata con metodi quasi aziendali. I call center operavano soprattutto da Kiev e Dnipro, città natale di Ermolaev jr, ma anche da altre città ucraine, nascosti dietro società formalmente registrate come imprese informatiche, di marketing o assistenza clienti. Uffici moderni, open space, postazioni informatiche e centinaia di dipendenti che, invece di vendere servizi, seguivano veri e propri copioni psicologici per convincere le vittime a continuare a investire. Ogni operatore aveva il suo compito: chi agganciava il cliente, chi costruiva il rapporto di fiducia, chi interveniva quando la vittima manifestava dubbi o chiedeva di ritirare il denaro.
Il denaro veniva fatto transitare attraverso società e conti aperti in diversi paesi, rendendo estremamente difficile seguirne le tracce. Una parte delle somme veniva poi redistribuita ai livelli superiori dell’organizzazione – Ermolaev jr e i suoi tre soci -, mentre la struttura continuava ad aprire nuove società e nuovi siti internet per sostituire quelli ormai scoperti dalle autorità. Eurojust, l’Agenzia dell’Ue per la cooperazione in materia di giustizia penale che ha collaborato all’indagine insieme all’Europol e alle polizie di mezza Europa, ha stimato che a cadere nella rete siano state oltre 30.000 persone da almeno 71 paesi.
Secondo il procuratore statale Jürgen Hüva, Ermolaev era stato uno dei quattro fondatori dell’organizzazione nel 2017 e il suo ruolo comprendeva la costituzione e il finanziamento delle società, l’organizzazione del lavoro dei call center e la fornitura dei servizi di supporto: “Non solo gli esecutori quotidiani del piano devono essere ritenuti responsabili – ha spiegato Hüva il giorno del patteggiamento, riferendosi agli operatori telefonici -, ma anche coloro che hanno costruito il sistema e ne hanno reso possibile il funzionamento. La confisca di proventi ottenuti con mezzi criminali su tale scala e il loro ridistribuzione alle vittime rappresentano un evento senza precedenti in Estonia”.
L’Estonia non era un Paese sconosciuto alla famiglia Ermolaev. Prima ancora dell’inchiesta sui call center, Vadym Ermolaev controllava Versobank, piccolo istituto di credito di Tallinn – 5.600 clienti dei quali solo 2.000 residenti in Estonia – di cui era presidente del consiglio di sorveglianza, mentre Artur sedeva nello stesso organo. Nel 2018 la Banca centrale europea revocò la licenza dell’istituto per gravi e ripetute violazioni della normativa antiriciclaggio. La revoca dell’autorizzazione ad operare arrivò in seguito a un’ordinanza del Tribunale della Contea di Harju. Lo stesso con il quale il 30 aprile ha patteggiato Artur.
(Foto Europol)