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Crimini di guerra iraniani nel Golfo: a farne le spese sono soprattutto i lavoratori migranti

Le autorità degli stati del Golfo hanno inasprito le misure repressive nei confronti della libertà d’espressione dopo gli attacchi dell'Iran
Crimini di guerra iraniani nel Golfo: a farne le spese sono soprattutto i lavoratori migranti
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Già storicamente sottoposte a un lungo elenco di violazioni dei loro diritti umani e impossibilitate a formare sindacati per difendere i loro diritti, le persone migranti che lavorano negli stati del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno subito gran parte delle conseguenze del conflitto regionale iniziato il 28 febbraio e che si spera ora conosca una cessazione duratura.

Gli attacchi iraniani negli stati del Golfo, rappresaglie contro quelli statunitensi e israeliani contro l’Iran, hanno causato almeno 28 vittime civili e centinaia di feriti, in larghissima parte lavoratori migranti. Amnesty International ha parlato espressamente di crimini di guerra.

Come già rivelato da un’altra ricerca di Amnesty International, le autorità degli stati del Golfo hanno inasprito le misure repressive nei confronti della libertà d’espressione. A farne le spese, sempre loro: i lavoratori migranti.

La stessa Amnesty International e Human Rights Watch hanno intervistato decine di lavoratori migranti in Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar, chiedendo loro di descrivere l’impatto del conflitto sulla loro sicurezza fisica ed economica. Molti di loro hanno accettato chiedendo l’anonimato, altri hanno avuto paura di esporsi persino in forma anonima.

Da questo si capisce che una delle tattiche repressive delle autorità degli stati del Golfo è l’ossessiva sorveglianza delle comunicazioni private e delle attività online, esercitata anche attraverso controlli profilati in strada, nelle abitazioni private o sui posti di lavoro. Stessa procedura: obbligo di sbloccare il telefono, analisi a “scroll” di tutte le mail, i messaggi su Whatsapp e le gallerie fotografie alla ricerca di qualcosa che non avrebbe dovuto essere scritto, letto, fotografato o condiviso.

La situazione danneggia anche il lavoro giornalistico. Le inchieste sulle condizioni di lavoro delle persone migranti non sono mai semplici e si basano sulla relazione con una persona di fiducia che crea il contatto con un lavoratore fidato. Ora non ci si fida più di nessuno.

Per gli stati del Golfo si è trattato di un periodo rischioso per la loro reputazione di luoghi sicuri e da favola e per la loro stabilità economica. Per non rovinare l’immagine, dunque, sono stati disposti a ricorrere a misure estreme, come i divieti di scattare fotografie e riprendere video dei luoghi colpiti dalle azioni di rappresaglia iraniane e i provvedimenti contro chi in buona fede ignorava tali divieti.

Che interesse avrebbe avuto, infatti, un lavoratore migrante, che deve la sopravvivenza propria e quella della famiglia a casa, a intaccare l’immagine di uno degli stati del Golfo, sapendo che in caso di crisi i primi a rimetterci sarebbero proprio gli operai, i camerieri, i domestici, gli autisti arrivati dall’Asia e dall’Africa?

Soprattutto, questi provvedimenti da tempo di guerra saranno abrogati o alla fine sarà ritenuto conveniente mantenerli in vigore?

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