Non solo musica: i cantanti al Pride prendono posizione. Paola Turci: “Vannacci raccoglie consenso, per questo è necessario essere qui”
Non basta più cantare. Non basta salire su un palco, esibirsi e andarsene. Nel giorno in cui il Milano Pride attraversa la città, l’evento finale all’Arco della Pace diventa anche un luogo di presa di posizione. Perché, dopo settimane segnate dalle dichiarazioni del leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci contro la comunità LGBTQIA+, dall’omicidio transfobico avvenuto in Versilia e da un clima che gli organizzatori definiscono “sempre più ostile”, anche gli artisti sentono di non potersi più limitare alla musica. “Non è importante esserci, è necessario”, dice Paola Turci a ilfattoquotidiano.it. Per la cantautrice, il tema non è soltanto la presenza al Pride, ma il modo in cui negli ultimi mesi è cambiato il dibattito pubblico.
“Abbiamo visto che in ogni caso Vannacci raccoglie consenso. È arrivato al 6%, ha superato la Lega ed è diventato un punto di forza dell’attuale maggioranza. Però parla come se non vivesse su questo pianeta, come se abitasse un’altra realtà”. Un linguaggio che, secondo Turci, finisce per fare presa “attraverso gli slogan”. “Mi sto accorgendo che tante persone la pensano come lui proprio perché passano da quegli slogan. Ma se quelle stesse persone avessero figli o figlie vittime di violenza, di discriminazione o di soprusi, credo che cambierebbero immediatamente idea”. Per questo, spiega, oggi salire sul palco del Pride assume un significato diverso rispetto al passato. “Siamo davanti all’Arco della Pace e siamo ancora qui a rivendicare diritti fondamentali. La comunità LGBTQIA+ continua a essere indietro nel riconoscimento dei propri diritti. Questo è scandaloso. Nel 2026 non dovrebbe più essere necessario, e invece lo è”.
Se Turci mette a fuoco il clima politico, Arisa prova a spiegare il meccanismo che lo alimenta. “L’odio è molto più reattivo della pace”, osserva. “Se un politico asseconda la rabbia delle persone è più facile che quelle persone si alzino dalle loro sedie, vadano a votarlo e lo sostengano. La pace, l’inclusione, la costruzione di una società migliore richiedono molto più impegno. Per questo certe strategie funzionano: sono strategie di propaganda e di rafforzamento politico”. Ma, aggiunge, quel consenso ha un costo che spesso resta invisibile. “Quando si fanno certe affermazioni non ci si rende conto che poi sono le persone a pagarne le conseguenze. Sono loro a soffrire, è la loro vita a essere messa in discussione”. La cantante lega la propria presenza sul palco anche a una dimensione personale. “La mia vita è continuamente sostenuta, protetta e accompagnata da persone della comunità LGBTQIA+, che per me sono degli angeli. È un amore che magari non è carnale, ma è fatto di tenerezza, affetto, complicità. Sono persone che ci sono sempre”. Poi il ragionamento si allarga. “L’amore è una delle cose che ci rende più felici. Perché decidere chi può esserlo e chi no? Tutti dovrebbero avere la possibilità di vivere la propria identità liberamente. Quando questo diritto viene negato è come chiudere una persona in una stanza buia. Si finisce per soffocare”.
Mentre il Pride celebra i venticinque anni della sua storia e migliaia di persone raggiungono l’Arco della Pace per il concerto finale, il palco non è più solo musica ma una presa di posizione. Per Turci e Arisa, oggi, la visibilità è già una presa di posizione. Perché, in un clima che entrambe percepiscono più duro rispetto a pochi anni fa, il silenzio non è più un’opzione.