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“Con i vaccini difendiamo gli animali, le produzioni e anche noi stessi. Serve una comunicazione chiara contro le fake news”

Le riflessioni di Orlando Paciello, vice presidente della Federazione nazionale Ordini veterinari italiani, dopo i recenti casi di cronaca che hanno visto protagonisti i no vax
“Con i vaccini difendiamo gli animali, le produzioni e anche noi stessi. Serve una comunicazione chiara contro le fake news”
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I no vax ce l’hanno anche con i vaccini per gli animali, ma gli episodi avvenuti negli ultimi giorni invitano alla riflessione e pongono alcune domande. Perché c’è tutta questa diffidenza? Cosa si può fare a riguardo? ilfattoquotidiano.it lo ha chiesto a Orlando Paciello, vice presidente della Federazione nazionale Ordini veterinari italiani.

Dottor Paciello, in Sardegna, ai veterinari è stato impedito di svolgere il proprio lavoro perché, secondo i no vax, “le mucche sane non si vaccinano”. Questa può essere considerata una forma di protezione degli animali?

“Il vaccino è sempre stato lo strumento per contrastare le malattie negli animali, prima ancora che nell’uomo. Quelle di cui si è parlato in questi giorni, dalla rabbia alla dermatite nodulare contagiosa fino all’aviaria sono malattie mortali per gli animali, anche con sofferenze. Noi non abbiamo strumenti di cura e, tra l’altro, la rabbia e l’aviaria possono anche passare all’uomo. La lumpy skin disease, invece, è una malattia che si diffonde con una certa velocità nei bovini e nei bufali. Controllarla significa bloccare il diffondersi di una epizoozia, l’equivalente in veterinaria dell’epidemia per gli esseri umani. E questo significa anche tutelare le produzioni”.

Come si spiega questa diffidenza?

I vaccini utilizzati sono presidi farmaceutici con basi scientifiche solide e, anzi, nel caso di quello utilizzato per la dermatite nodulare contagiosa è uno dei più antichi che abbiamo. Non parliamo nemmeno di nuove tecnologie, ma di una tipologia di vaccino che si usa dalla notte dei tempi, di cui sono riconosciute efficacia e sicurezza.

La rabbia è stata debellata più di dieci anni fa anche e soprattutto grazie ai vaccini. Eppure anche nel caso del cane portato dal Marocco con il virus, i no vax si sono scatenati in rete. Sembra che il fenomeno dell’avversione ai vaccini si stia estendendo anche all’utilizzo veterinario.

“Credo che, in questo caso, l’avversione di alcuni ai vaccini da somministrare agli animali cresca insieme alla sempre maggiore attenzione che, in generale, le persone danno ai propri animali. Una trasformazione culturale, dovuta anche all’introduzione di tutele legislative nei loro confronti. I due fenomeni sono legati. Ad ogni modo, se si verificano episodi come quello avvenuto in Sardegna, occorre fare una seria riflessione e cercare strade che vadano oltre l’opposizione ideologica. Sono convinto che gli strumenti più importanti che possiamo utilizzare per fare in modo che si abbia fiducia sono la comunicazione quanto più chiara possibile, anche per chi non è esperto e la massima trasparenza. Occorre confrontarsi, perché la protesta è anche la richiesta di una conoscenza”.

Va detto, però, che l’episodio avvenuto in Sardegna e duramente condannato anche dalle autorità sanitarie, almeno dalle immagini diffuse sui social, va oltre la richiesta di conoscenza.

“Il problema è la reazione delle persone quando diventa violenza, anche verbale. Questo non è accettabile, sono episodi da condannare e va detto molto chiaramente”.

Nei tre casi di cui si parla, i social hanno avuto un ruolo: dalle foto della protesta in Sardegna, ai commenti contro le vaccinazioni a tappeto di cani e gatti a Vittorio Veneto e contro quella per l’aviaria tra Verona e Mantova. Questo è un elemento di ulteriore pressione per voi?

“Se vengono utilizzati come veicolo per fare disinformazione, i social rappresentano un problema, che va affrontato. Quindi le istituzioni interessate, come quelle sanitarie, devono riequilibrare questo flusso informativo. Sono convinto che vada fatto e vada fatto con lo stesso strumento, per veicolare l’informazione corretta. Come federazione ci stiamo lavorando, fornendo informazioni con basi scientifiche. Abbiamo, però, il dovere di aiutare le persone a distinguere tra questo tipo di informazioni e quelle che sono semplici opinioni. Per farlo, la sfida è quella di rendere la comunicazione scientifica sempre più comprensibile anche a chi non è esperto”.

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