Il tribunale social prende di mira Tiziano Ferro dopo l’inizio del suo tour: ora tocca a noi fan supportarlo
di Laura Ruzzante
La “data zero” è, da sempre, un patto di sangue tra l’artista e il suo pubblico. Non è la perfezione della prima alla Scala; è il motore che si scalda, la carne viva che si rimette in gioco. E a Lignano Sabbiadoro, davanti a un colossale, monumentale schermo di 60 metri che tagliava il cielo, Tiziano Ferro ha fatto esattamente questo: ha rimesso in gioco la vita. Dopo gli anni bui, i problemi di salute, il dolore lacerante di un divorzio sbattuto in piazza, il “Sono un grande” tour è partito. E puntuali, immancabili, tragici come una cambiale scaduta, sono partiti anche i cecchini del web.
La gogna dei mediocri
Il tribunale dei social, quella fogna a cielo aperto dove chiunque si sente autorizzato a fare il critico musicale, il dietologo e il confessore, ha emesso la sua sentenza preventiva: “è sovrappeso”, “ha il fiatone”, “ha perso la voce”. La fiera della meschinità. Gente che fatica a fare le scale di casa che pretende la perfezione atletica da un uomo che ha passato l’inferno e ha avuto il coraggio di ripresentarsi su un palco.
Siamo alle solite: “Le persone ti perdonano tutto, tranne il successo”, diceva il saggio. È il cancro della gogna social, quel bullismo digitale che, nei casi più tragici, spinge le persone al baratro. Ma la dinamica psicologica di questi leoni da tastiera è tanto feroce quanto ridicola: se incontrassero Ferro per strada, quegli stessi odiatori seriali sarebbero i primi a calare le braghe, a sfoderare il sorriso migliore e a mendicare un selfie da esibire come un trofeo.
L’anima contro l’algoritmo
Parliamoci chiaro, con la schiettezza che si deve alla verità: è stato un concerto perfetto? No. Ci sono state sbavature? Sì. Ma è stato un problema? Nemmeno per idea.
In un’epoca musicale desolante, dominata dall’autotune che rende i cantanti tutti simili a robot da catena di montaggio, in un mercato saturato dai vari Bangaranga che vincono l’Eurovision all’insegna del rumore e della provocazione spicciola, uno come Tiziano Ferro è un patrimonio dell’umanità pop. Ad avercene, di artisti così. Musicisti che sul palco non portano una chiavetta Usb con le tracce pre-registrate, ma portano il cuore. Tiziano dà tutto: ride, piange, esulta, arranca, risorge. E, soprattutto, emoziona. Fa sorridere il cuore.
Un abbraccio collettivo
Dietro i numeri di una scaletta stordente, che fila via come la colonna sonora della nostra giovinezza — da Sere nere a Non me lo so spiegare, da Xdono a La fine, passando per la potenza emotiva de Il conforto e Accetto miracoli — c’è la storia di un uomo che ha deciso di non nascondersi. Ed è qui che la critica deve fermarsi per lasciare spazio all’empatia, all’umanità profonda che da sempre unisce un artista vero a chi lo ascolta.
Tiziano ci ha regalato testi indimenticabili, ha dato voce ai nostri silenzi, ha curato le nostre ferite quando eravamo noi a non sapercelo spiegare. Ora i ruoli si invertono. Un uomo che ha sofferto così tanto e che si rimette davanti a uno stadio merita ammirazione, rispetto e supporto. Non i pollici versi di quattro frustrati. Adesso sta al pubblico, quello vero, fare da scudo. Sta a noi stringerci attorno a lui e restituirgli, con gli interessi, la vicinanza di cui ha bisogno per tornare a essere quel gigante che non ha mai smesso di essere. Il resto è solo rumore di fondo.